Tam Tam dell’Anno Nuovo

Il tamtam ancora a voler raccontare di un Natale da vivere anche quando  la poverta’ ha messo in ginocchio un paese.

Il Malawi sta vivendo in questo inizio di anno un risveglio difficile. Anche per brevi viaggi la domanda e’ diventata “riusciro’ a tornare a casa?”. La mancanza di carburante e’ diventata cronica, cosi’ come la mancanza dello stesso grano nonostante le mille promesse del Governo. Ormai il presidente del Malawi, Bingu wa Mutharica, sfida la sua stessa gente con slogans di partito: “il Malawi non puo’ continuare ad essere un paese di pulcini che si lamentano sempre  di fronte a piccolissimi problemi”. Per ripulire la citta’ di Lilongwe dai venditori ambulanti che non accettano di restare confinati in aree lontane dalla gente soprattutto ora che il commercio diventa difficile per i prezzi in continua crescita, fa intervenire l’esercito che li picchia e arresta a decine. La totale chiusura a un dialogo che trovi una soluzione ai problemi gravissimi che come nel caso della mancanza di diesel ha paralizzato il paese, non promette nulla di buono. L’ambasciata degli Stati Uniti chiede ai suoi connazionali presenti in Malawi la massima allerta. Per non “piangere come pulcini” e accettare la sfida di un Natale diverso siamo ripartiti dagli ultimi. Con una montagna di pane preparato dalla “Pizzighini’s Bakery” il panificio della casa a meta’ strada, siamo andati in visita al carcere di Massima Sicurezza di Zomba dove ci sono 2.200 carcerati. Dopo due giorni interi di lavoro per preparare un pane grande per ogni carcerato il primo problema e’ stato quello di trovare il diesel per il trasporto. All’entrata del carcere la lunga lista che dice chiaro di un sistema giudiziario che fatica a rispettare i tempi di attesa dei processi e ingolfa le carceri di troppe persone in attesa di giudizio. Con 13 mila carcerati la struttura penitenziaria vive seri problemi che vengono sempre rimandati. Il Prison Fellowship Malawi e’ presente con un messaggio importante.

Per diversi anni la Casa a meta’ strada ha accolto ex-detenuti e li ha aiutati a reinserirsi nella societa’. Oltre duecento sono stati per corsi di sei mesi accolti e accompagnati nell’apprendimento di un mestiere, nel capire quale sara’ il domani di ritorno al villaggio e soprattutto nella riconciliazione con la propria vita, dopo gli orrori del carcere, e la riconciliazione con la societa’ piu’ grande. Il rappresentante del Chief Commissioner e del Prison Fellowship stanno per firmare un Memorandum of Understanding che darebbe la possibilita’ non a ex-carcerati, ma a persone che stanno scontando la pena, di essere presenti per l’ultimo anno della loro sentenza alla Casa a meta’ strada.

E’ un passo molto importante e il Ministro degli Interni da cui dipendono le carceri, vuole essere presente alla firma di questo contratto. Alle Carceri serve di dare un esempio di apertura perche’ sono troppe le accuse di mancanze di rispetto dei Diritti Umani, alla Casa a Meta’ Strada serve entrare all’interno del sistema carcerario per poter dimostrare che ci puo’ essere un sistema diverso di vivere la condanna per sbagli commessi.

E’ forse il momento piu’ delicato dell’esperienza della Half Way House.

Deve poter provare che la rimozione della liberta’ e’ una pena sufficiente a garanzia della legge che punisce chi non sa usarla bene. Deve poter rendere produttive le giornate di chi sta’ in carcere. Ma soprattutto deve creare uno spazio che permetta una vera riconciliazione con se stessi e la societa’. La Casa a Meta’ strada del Malawi e’ la piu’ grande istituzione del genere in Africa… e chiede collaborazione di personale e aiuti per poter dimostrare la fattibilita’ di questa alternativa al carcere punitivo e disumanizzante. Il segreto dietro a questo tentativo e’ la ricerca di una via che diventi la norma.

Venire a vederli in faccia, incontrarli questi relitti umani resi cosi’ da strutture incapaci di redenzione, ecco il motivo di una visita che ha portato una decina di pastori di varie chiese a confrontarsi con questo problema di societa’.

La preghiera di chi e’ in carcere e’ sempre commovente perche’ riassume anni spesi dietro le sbarre. Notti che non finiscono mai e il confronto continuo con la violenza che uccide la speranza.

Per la prima volta a “leggere il Vangelo e spiegarlo” e’ stato un condannato al carcere a vita. E ha saputo parlare al cuore della sua gente. Basta violenza. Siamo figli di Dio. Possiamo cambiare la nostra vita.

Il gruppo delle donne con i loro bambini, anch’essi cresciuti in prigione, obbligano la societa’ a una riflessione che porti al rispetto della dignita’ della persona prima di tutto, anche prima della condanna.

I carcerati per ore hanno raccontato la loro vita e le loro speranze.  I ragazzi grandi a recitare il femminile che manca alla loro vita.

e canti ordinatissimi a dare valore alla loro ricerca di umanita’. Il coro delle donne ha ammutolito tutti i duemila carcerati. Il bello dicono che salvera’ il mondo e per l’Africa e’ il canto e la danza, e i tamburi e i cori che meglio esprimono la partecipazione, piu’ che la voce del singolo cantante a riconciliare il villaggio e la nazione. Il Sikiri, la danza dei Musulmani ha una rara bellezza e capacita’ di trasmettere l’orgoglio dell’essere vivo e di appartenere. La pioggia che ha intermittenza ha lavato il quadrilatero dove ci si era ammassati tutti non ha impedito di continuar.Bella e’ stata anche la partecipazione alla danza del gruppo di visitatori dall’Italia.

Il Reporter di Report di RAi 3 si e’ lasciato trascinare da questo “momento di grazia” quando ci si riscopre vulnerabili davanti al grido di dolore di una persona. La presenza dell’Alleluya Band ha contribuito molto a questo miracolo.

Cos Chiwalo e la sua tribu’ molto conosciuti in Italia per le loro tournee annuali sanno parlare la stessa lingua dei carcerati.

L’aver partecipato alle giornate della Gioventu’ li ha resi veri ambasciatori di un mondo diverso da quello che ci imprigiona.

Il 5 Gennaio 2012 diventa cosi’ una memoria che puo’ aiutare i giorni bui del carcere. Puo’ aiutare anche a rileggere la propria vita “libera” fuori dal carcere ma ugualmente imprigionata in tante schiavitu’. La situazione del carcere e’ proprio allo stremo. Ormai condannato alla demolizione da anni, il carcere di massima sicurezza di Zomba sta diventando una trappola di morte.

La cucina a stento riesce ad offrire un pasto al giorno: questo piatto di fagioli poveri, una sottospecie minuta poverissima di calorie.

e la farina semicotta in pentole che per la mancanza di energia elettrica hanno poca legna a disposizione. Un livello cosi’ basso non era stato raggiuntonemmeno negli anni della dittatura.

Due mila pasti al giorno da preparare in queste condizioni sono sempre un’avventura .

Cantare assieme. Un pane grande del Luigi Pizzighini e una marmellata prodotta dal Fruit Processing di Seconda Linea Missionaria per ridare ordine a un mondo sbilanciato.

Come festeggiare il Natale nella poverta’? La condivisione di quanto abbiamo  e la partecipazione e l’ascolto attento. E i 2000 pani e le 2000 marmellate sono piu’ che un bene di scambio.

Sono all’inizio di un miracolo che vorremmo potesse cambiare da dentro un paese.

Convinti che sia la strada giusta!

Il Natale in tempi difficili

Carissimi della tribu’ del TamTam del Malawi

Oltre le settimane i mesi, tanto il tempo che e’ passato dall’ultimo suono del tamburo del Tamtam del Malawi. I motivi di tanto silenzio sono tanti e legati a una domanda importante: Come vivere la festa in giorni difficili?

Come cantare il Natale quando la paura e’ cosi’ grande da nascondere anche le parole?

1. Le stagioni impazzite

C’e’ un’ombra lunga che ricopre il Malawi in questa stagione. Ed e’ scritta tutta nelle immagini dei campi. Dopo le prime piogge la gente aveva rivangato, seminato e affidato alla terra tutte le loro speranze. Le piogge si sono alternate a quelli che chiamano dry-spell, quando proprio non si vede nemmeno una nuvola all’orizzonte e il cielo terso lascia spazio ai raggi di riardere la terra. Il grano appena spuntato ha invano atteso la rugiada della notte per sopravvivere ancora qualche giorno. Poi e’ seccato tutto. Sopravvivono qua e la alcune piantine piu’ robuste di cotone, il resto e’ stato cancellato letteralmente. Bisognera’ ricominciare tutto daccapo. Tante famiglie non hanno nemmeno piu’ la buona semente per quando arriveranno le piogge. A bassa voce la gente anziana ripete il ricordo della terribile fame del 1949 quanto non erano venute le piogge e la fame aveva fatto strage della popolazione.

Come vivere il Natale tra questa poverta’? Tre mesi dopo gli inizi della stagione delle piogge nei campi non c’e’ nulla.

2. La politica che uccide

Se i campi fanno paura, la struttura politica del paese e’ ormai una lunga cantilena della disperazione. Mai il paese era caduto cosi’ in basso. Malawi is sinking, sta’ affondando – dice il Comitato della Giustizia e Pace della Chiesa Cattolica.

Ormai non restano vie d’uscita. Mancano le cose piu’ normali in un paese che vuole anche solo sopravvivere. A differenza delle piogge che sono solo da aspettare e pregare che non manchino, la situazione sociale dle Malawi e’ frutto di scelte sbagliate da parte di chi guida il paese e la sua economia. Ormai non basta ripetere che e’ parte di una recessione mondiale, che ha aggravato la situazione interna. E’ importante poter chiamare per nome le cause del disastro attuale che vede la mancanza totale di valuta estera perche’ la presidenza del paese impone il cambio del dollaro a 160 Kwacha del Malawi, quando un mercato parallelo ne offre il doppio; mancano le sorgenti di energia come la corrente elettrica e pesantissima la mancanza di carburante: da soli questi vuoti mettono in ginocchio anche un piccolo paese all’80% dedito all’agricultura e la cui gente vive nei villaggi.

Sono le citta’ del Malawi a dire la totale perdita di fiducia in un cambio invocato. Sono le lunghe file di macchine letteralmente abbandonate in prossimita’ delle pompe di benzina, kilometri di macchine incapaci di ritornare a casa.

Oltre a questi vuoti di energia, sono le conseguenze che fanno paura: I prezzi ormai sono incontrollabili e piu’ nessuno offre un preventivo che sia valido piu’ di pochi giorni. Le materie che venivano acquistate all’estero e poi trasformate sul posto non possono iu’ essere acquistate se non al mercato nero. Cemento introvabile, ferro sempre piu’ scarso…

Al paese manca la forza di reagire. I partiti della politica di opposizione si sono appoggiati alle organizzazioni non governative. Queste hanno fatto del loro meglio, ma sono state facile preda del regime di polizia che sempre piu’ guida il paese. Un esempio evidente e’ stata la richiesta di intervento della polizia a un tentativo di furto da parte di una banda di ladri. Arrivati sul posto i poliziotti hanno aperto in modo indiscriminato il fuoco e in pochi minuti gia’ si contavano quattro persone uccise. La polizia si vanta di aver gia’ fermato o arrestato piu’ di 4000 persone, perche’ dicono vogliono assicurare un sereno Natale alla popolazione. Shoot to kill! e’ il comando che e’ affidato ai guardiani della sicurezza. E questo regime di violenza riesce a fare ammutolire la gente. Il nuovo ministro delle finanze, Ken Lipenga, tenta in tutti i modi di smantellare la politica economica fatta di autarchia e chiusura ottusa a mercati che cambiano.

Piu’ nessuno crede alle sue promesse che tra pochi mesi tutto sara’ tornato alla normalita’. Gli sbagli della politica si stanno pesantemente abbattendo sul paese che si e’ esiliato localmente con beghe con la Zambia e Mozambico, internazionalmente scegliendo di fare da solo, scacciando l’ambasciatore Britannico, accettando nel paese la visita del presidente Al-Bashir del Nord Sudan ricercato per genocidio e sempre piu’ copiando la via scelta dal presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, e illudendosi che la salvezza sarebbe venuta dalla Cina. Un segnale dello sbando che il paese vive e’ anche l’apertura del Lotto che settimanalmente promette dieci milioni di Kwacha a un vincitore che potra’ “sognare una nuova vita”. Da questa settimana c’e’ anche in Malawi il “Gratta e Vinci” patrocinato da un businessman Cinese.

Ora serve il coraggio di chiedere il cambio politico. Le prossime elezioni saranno nel 2014. Troppo lontane anche se non ci si puo’ contare visto come vengono imbrogliati i risultati. Come avviare il cambio politico? Deve la Chiesa farsi carico di questo compito? Erode deve essere scacciato o solo sopportato? Cosa dice l’Africae Munus che il Papa ha portato in Africa nelle scorse settimane? O ancora come vivere il Natale tra tante contraddizioni?

Come cantare i cori degli angeli in questa situazione difficile? Una domanda molto difficile. Una domanda che non si puo’ evadere… Vi racconteremo in questi giorni le nostre storie e il nostro Natale. Il Natale della missione e il Natale della speranza in tempi difficile.  Ecco un esempio di condivisione. Da un’esperienza di sofferenza partecipata e raccontata puo’ venire e la guarigione e la rinascita della speranza. Buona lettura e Buon Natale!

Notizie dall’Amazzonia

Carissimi amici,

un saluto fraterno a tutti. E’ il mese missionario, allora: BUONA MISSIONE A TUTTI VOI!

Ho lasciato l’Italia da più di un anno e finalmente mi faccio vivo. Non ho dimenticato nessuno di voi, anche perché è sorprendente come la lontananza dagli amici ne acutizzi il ricordo. Vi penso così ci siamo incontrati a Redona l’ultimo venerdì del mese a condividere la nostra passione per la missione e per i più bisognosi dei fratelli.

Comunità Monfortana - Marabà

La mia nuova missione, che condivido con i padri Francesco e Amilcar, qui nello stato amazzonico del Pará, è piena di sfide quotidiane, come neppure io avrei mai immaginato. Innanzitutto per il clima, caldo e umido, non c’è giorno o notte, sempre il termometro sta fisso attorno ai 37°. Vi assicuro che, anche per uno come me che amava il caldo, è dura abituarsi e la stanchezza si fa sentire. Specialmente quando non si riposa bene la notte. Nei giorni che sono fuori in tournée, e dormo nelle baracche dalla gente, la notte e più fresca, ma l’amaca riserva sempre la compagnia di pulci e ospiti vari. Comunque si va avanti con buon entusiasmo.

Quello che più mi preoccupa è la situazione sociale caratterizzata da un clima di mancanza di legge ed ordine pubblico. Ognuno fa quello che vuole. Dai fazenderos (grandi e mediani proprietari di terre e allevatori in grande scala che continuano la distruzione sistematica della foresta) agli amministratori locali. La gente è buona e subisce. Immaginate che ci possono essere, qui nella cittadina di Itupiranga, tre o quattro notti di musica assordante e nessuno dice niente… Quando durante la festa del patrono volevo chiedere al conducente di una camionetta imbottita di altoparlanti, che vendeva alcolici e diffondeva musica pestilenziale, che si allontanasse e ci lasciasse pregare in pace… tutti a dirmi di lasciar perdere che era gente che poteva reagire sparando! La nostra cittadina, potete verificare in internet, è stata qualificata come la più violenta del Brasile, per numero di omicidi in proporzione alla popolazione. Le cause sono varie. Le due più comuni sono le vendette che ancora sussistono dopo vent’anni per il possesso della terra e le liti che fanno seguito a contrasti tra spacciatori e solenni ubriacature. E molto facile passare ai fatti con pistole e coltelli! Proprio questa mattina ho fatto il funerale di un giovane spacciatore di 22 anni ucciso a revolverate nella testa…

Un’altra innegabile difficoltà è la grandezza geografica della missione. Le cifre ufficiali dello scorso anno danno il municipio di Itupiranga con una estensione di 11.640 Kmq e 65.422 abitanti. Abbiamo al momento 78 comunità cristiane che cerchiamo di visitare tutti i mesi e due aldee di indios Kajazeiras, con distanze dal centro che si aggirano in media attorno a 100 Km, ma che possono arrivare, come nel caso di Longinho ai 188 Km. La visita mensile è sempre un’opportunità per la gente del posto d’incontrasi, di conversare, conoscere le novità, fare progetti comuni. Infatti vivendo sparsi, e isolati, nel loro appezzamento di terra, a volte a 10-20 Km dalla chiesetta non hanno altre opportunità d’incontro. Così il giorno della santa Messa, o a piedi, o a cavallo, o in moto, o in camionetta vengono al punto d’incontro felici di poter stare assieme qualche ora.

Finalmente devo riconoscere l’ultima difficoltà personale: l’età! Ormai verso la sessantina i lunghi viaggi, il dormire in posti diversi su amache non sempre buone, il caldo … tutto questo si fa sentire in maniera sensibile. Questa è una missione per essere assunta dai giovani, nel pieno delle forze. I preti diocesani, è risaputo nella nostra diocesi, non vogliono assumere una missione tanto “scomoda” (e poco redditizia finanziariamente), e per questo il vescovo, che è italiano, ha chiesto a noi monfortani. E l’aver accettato noi è stato per vescovo “come se avesse vinto la lotteria”, dice il buon padre Amilcar. I missionari religiosi che sono passati in precedenza, normalmente, da quanto risulta dalla storia della missione, non hanno resistito più di tre anni, e per noi sarà quello che il buon Dio vorrà! Quello che si bisogna dire è che la nostra gente del campo e della foresta, i più poveri e fuori dal mondo, meritano la nostra presenza e i nostri piccoli sacrifici.

P. Angelo Maffeis – Marabà (Brasile)

Una delle tante comunità

Si fanno progressi al Fruit Processing

 

Preparazione Passata di pomodoro

1. Breve presentazione del progetto

Il progetto e’ chiamato Fruit Processing, la produzione e conservazione della frutta, tramite la produzione di salsa, marmellate e nel prossimo futuro anche succo di frutta e anche la possibilita’ di produrre formaggi.
Un’iniziativa importante per un paese ricco di frutta ma legata a una stagione, un periodo dell’anno spesso in coincidenza con la stagione delle piogge, per poi lasciare il vuoto e la stessa mancanza di cibo.
A questo progetto mancava la possibilita’ che venisse approvato dal Bureau of Standards del Malawi perche’ non aveva una sua riserva d’acqua sufficente. L’igene in questo caso di produzione di alimenti deve essere la migliore possibile. Oggi con questo progetto quasi concluso possiamo sperare che l’approvazione sia garantita e la distribuzione del prodotto aperta a tutte le famiglie del Malawi.
Per sostenere la continuita’ di questo progetto da poche settimane e’ stato trivellato un pozzo che garantisca acqua a sufficenza. Un cilindro dopo l’altro, di 5 metri, viene inserito nella trivella che velocemente, soprattutto all’inizio e scende fino a quella che e’ una profondita’ standard in questa zona del Malawi. A 50 metri di profondita’ si trova l’acqua.

Viene inserito un tubo che servira’ per immergere la pompa elettrica a immersione. L’ultima parte del lavoro e’ la costruzione della torre su cui verra’ adagiato il contenitore di 5000 litri che servira’ da riserva e anche da massa d’acqua capace di dare pressione sufficente per la distribuzione sia all’interno della sala di produzione che lungo i campi dove vengono piantate tante specie di frutta per valutare i tipi migliori e piu’ adatti alla zona di Balaka.

La struttura esterna, la costruzione del capannone, il campo dove abbiamo raccolto tutti gli alberi da frutta che abbiamo potuto trovare per studiare da vicino quale tipo di frutta sia migliore e in che stagione e quale la quantita’ disponibile… e’ stato sostenuto da Seconda Linea Missionaria della parrocchia di Ostia.
Quello che ci mancava era il materiale necessario per la lavorazione della frutta.
A questa richiesta la Onlus dei Missionari Monfortani ha dato un grande contributo capace di iniziare il progetto.

2. Il prodotto
La torre sara’ alta e anche da lontano potra’ essere un segno che sia pure con progetti piccoli, si puo’ cambiare una situazione alimentare povera in una di autosufficenza. Finora abbiamo prodotto una varieta’ di marmellate di ananas, papaya, mandarini, e soprattutto mango che e’ l’albero piu’ diffuso in tutto il Malawi.
Il prodotto migliore si e’ rivelato il frutto del Mango che matura durante i 4 mesi della stagione delle piogge, ma altrettanto e’ per la papaya che si trova disponibile quasi tutto l’anno.
Per la conservazione del prodotto abbiamo dovuto acquistare i recipienti: di vetro, di plastica, delle vaschette in polietere… tutto quanto garantisse nel grande caldo africano la possibilita’ di mantenere la buona qualita’ del prodotto lungo i mesi. 

Scavo del pozzo

Anna Volontaria

La varieta’ di macchine da usare, sia pure ancora ad un livello pre-industriale e’ stata tanta.

Per il succo di frutta e’ stata necessaria una spremitrice.
Per la conservazione della frutta stessa che deve essere raccolta o comperata in grandi quantita’ e’ stata necessaria una cella frigorifera che garantisca una temperatura a +4 gradi.
La pentola elettrica di 80 litri di capacita’ e’ stata l’impresa piu’ costosa. Il frullatore, il pimer, e tutta una serie di cucchiai e coltelli, fino all’uniforme che e’ d’obbligo dentro alla struttura di preparazione del cibo. Senza l’aiuto della ONLUS ci sarebbero voluti mesi o forse anni a raggiungere uno stadio di funzionalita’ accettabile.
Uno dei prodotti molto ricercati e’ la salsa di pomodoro che e’ alla base di quasi tutti i piatti che la gente prepara.
Balaka poi e’ la “capitale del pomodoro” anche se questo dura solo per pochi mesi. La preparazione della salsa estende a tutto l’anno la possibilita’ di arricchire i pasti a volte poverissimi e fatti spesso di polenta e erbe amare. Tra i ragazzi e i bambini una buona alimentazione e’ estremamente importante in un paese che conta un altissimo numero di giovani a “sviluppo bloccato” per non aver avuto cibo a sufficenza nei primi tre anni di vita.
La mancanza di energia elettrica ci ha obbligato ad avere sia la cucina a corrente che quella a gas (difficile da reperire, ma essenziale per non rischiare di buttare tutto quanto si sta lavorando se la corrente viene meno come capita praticamente tutti i giorni).
Due macchinette elettriche sono state acquistate per la chiusura termica delle vaschette in poliestere.
Questo era anche importante perche’ le vaschette possono contenere anche 5 Kg di marmellata, una confezione che va bene per le scuole e i convitti.
3. Il personale
Il progetto e’ cresciuto con l’aiuto di volontari che si sono appassionati all’idea di offrire un’alimentazione differenziata che potesse fare la differenza.
A garantire la continuita’ del progetto da pochi mesi abbiamo a tempo pieno una suora della congregazione della Blessed Virgin Mary, fondate dal vescovo monfortano Louis Auneau. Incaricata della direzione e coordinamento, suor Patricia e’ incaricata anche degli acquisti come della distribuzione.
Anna la volontaria che viene da Sirmione e ha speso qui’ sei mesi e si prepara a ritornare a fine anno, e’ l’esperta tutto fare molto capace in particolare di dirigere bene tutto il gruppo. L’uso di prodotti per addensare e conservare, per evitare l’insorgere di muffe… ma anche capace di passare di negozio in negozio o di capanna in capanna per vendere il prodotto, e’ un vero asset per l’iniziativa promossa.
Quattro ragazze, un giardiniere, una guardia notturna… sono l’inizio di questa avventura che non vuole “risolvere il problema della fame con una produzione propria”, ma creare un esempio che altri possano imitare e migliorare. Il prodotto finito viene poi conservato in containers isolati sia dal caldo come dalle onnipresenti formiche che inseguono con tanto interesse le tonnellate di zucchero che vengono usate settimanalmente al Fruit Processing.
Settimana scorsa la visita del gruppo di Seconda Linea Missionaria ha riaffermato la volonta’ di continuare.
I mesi difficili della presente storia del Malawi quasi obbligano a fare molto di piu’ nel campo limentare

Marmellate di mango

Come tanti dei nostri progetti si avanza magari lentamente, ma vogliamo assicurare che non si fermino mai e che la qualita’ del progetto realizzato diventi un modello che da speranza e magari aiuta anche la creativita’ di gente del posto che vedendo quanto e’ stato fatto, possano replicare il progetto anche altrove.

Il nostro ringraziamento alla ONLUS della missione monfortana e’ per aver creduto in questo progetto
e per averlo sponsorizzato in modo generoso.
Un carissimo saluto e un grazie a nome di tutti al Fruit Processing di Balaka

Buon viaggio BAMBO BRUNO


Mangochi, 8 Settembre, Festa della Nascita di Maria

DEAR BAMBO BRUNO

1942                          Kubadwa

1968                          Unsembe

1972                          Ku Malawi

26 Luglio 2011         Kupita Kumwamba

28 July 2011             Kuikidwa m’manda

I giorni si sono trascinati uno dopo l’altro fino ad essere mesi. Qui poi non li contiamo singolarmente, ma a stagioni.

E la tua stagione sta solo cominciando.

Solo ora riusciamo a capirti meglio, la tua missione e i lunghi anni che ti hanno fatto missionario della chiesa d’Africa, del Malawi, di Mangochi e in particolare del suo lago dove avevi attraccato la tua barca.

Oggi ci siamo ritrovati tutti a ripassare la lezione che ci hai lasciato.

E’ stato bello sentire uno a uno i tuoi confratelli raccontare i tanti anni trascorsi assieme. Sei stato con noi missionario, hai fatto della preghiera uno stile di vita, sei stato superiore delle nostre comunita’, animatore di tante giornate di ritiro,  sempre capace di ricominciare daccapo.

Ci aveva sempre meravigliati del tuo modo di parlare della morte. Con Fratel Stefano avevi anche fatto una scommessa di chi sarebbe morto prima e di come saresti ritornato a trovarci. Pensavamo fosse uno scherzo da missionario. Oggi hai mantenuto la tua promessa perche’ sappiamo che sei proprio qui.

Il giorno che ci hai lasciato tutta la tua comunita’ si e’ ritrovata nella preghiera nella grande chiesa di San Luigi da Montfort a Balaka. Al centro c’era l’immagine piu’ bella che ci hai lasciato in testamento. E’ il tuo ultimo viaggio in Malawi.

Sentivamo che volevi tornare ancora. Era come un ritornello difficile da capire. Qui avevi trascorso tanta parte della tua vita. Che senso aveva aggiungere qualche giorno ancora? Cosa ti riportava sulla riva del tuo lago?

Ed e’ tutto in questo ultimo saluto. Davanti a casa, sempre invasa dai poveri che erano diventati la tua eredita’, con la serenita’ che da sempre era evidente nel sorriso e quella mano africana che ti si appoggiava sulla spalla, per dare e per chiedere… E’ questo forse il centuplo della missione?

Quel giorno le donne vestite di viola come nelle veglie per accompagnare chi ci precede,

proprio davanti alla statua di San Luigi da Montfort, in quella chiesa che e’ quasi la nostra Sistina che padre Leidi ci ha lasciato erano loro la ricompensa che ti aveva riportato in Malawi a riprendere coraggio per i giorni a venire, perche’ non ti nascondevi piu’ che il tuo ultimo rosario l’avevi quasi recitato tutto.

A presiedere la preghiera c’era Thomas, tuo primo studente e ora vescovo della Diocesi di Zomba.

Allora avevamo ascoltato il tuo ultimo messaggio:

Kukhala mishonare ndiko kuyendayenda m’dziko lonse lapansi n’kwasimbira  anthu onse kuti Mulungu amatikonda, Mulungu sali kutali ndi ife ndipo akutenga mbali yathu nthawi zonse.

In due righe alla fine avevi imparato a dire tutto.

Tu che sei stato per tutti il “professore”. Avevi sempre un libro nuovo da citare. Ci faceva rabbia a volte riconoscere che credevi troppo ai tuoi libri che sfogliavi a uno a uno. Dopo i primi anni della missione eri ripartito per un anno di scuola in  Kenya e cosi’ avevi reinventato la tua missione. Non saresti piu’ stato parroco. Era la scuola la tua missione.

Sul tappeto dove si adagia la bara, proprio davanti al cero della Pasqua, c’era la tua cattedra. Quante ore, quanto entusiasmo ci mettevi su quella cattedra.

e c’erano tutti i tuoi libri che hai scritto per la tua comunita’. Libri, che non finivano mai di essere riscritti.

Per i giovani, per le famiglie, per i catecumeni … Ci manca ancora un catalogo, ma sono piu’ di trenta.

Missionario professore, hai insegnato in tutti i seminari e hai iniziato il seminario di Filosofia che oggi conta quasi cento seminaristi da tanti paesi dell’Africa del sud; Missionario scrittore solo alla fine sei riuscito a dire tutto in due righe che poi sono diventate le ultime parole che andavi ripetendo: Moyo ndi mphatso. Moyo ndi wokoma!

Libri che ora passano di mano in mano: e’ la tua eredita’ viva per l’Africa.

Oltre le parole, negli ultimi anni eri quasi preso da una frenesia di passare da un progetto all’altro.

Piccole iniziative o grandi avventure: Avevi comperato la prima Gestetner per la stamperia di Balaka che doveva ancora nascere; avevi sognato il villaggio modello; l’ambulanza per l’ospedale e la scuola materna e fino all’ultimo giorno.

Erano poi venute tutte le tue suore: le avevi accompagnate nei ritiri e nelle tante iniziative

L’ultima Lezione. Ci sono rimaste alcune fotografie che ti abbiamo rubato dopo che eri ritornato a Redona. Davanti alla lunga fila di containers che stavano partendo per il tuo lago e dove ancora avevi qualche sogno da metterci dentro.

Sono l’ultima lezione del missionario professore e scrittore. Immagini che non lo nascondiamo ci intimoriscono. Quelle mani che gridano il dolore nascosto.

Ci  ricordano le sofferenze messe in piazza di Giovanni Paolo II. Ci raccontano di una sfida. Come per il salto in alto. Quando centimetro a centimetro si alza l’asta da scavalcare.

Tu l’hai portata troppo in alto. Sono stati troppi i mesi e le giornate sul lettino della camera operatoria. I missionari prima di te contavano i giorni, tu le stagioni. Per questo volevi tornare ancora.

Qui avevi tante comunita’ che ti accompagnavano con la preghiera continua. Quanti Africani hanno sostenuto il tuo calvario giorno dopo giorno. Quante mani si sono intrecciate con quelle dei tuoi cari che ti hanno avuto vicino

e sono diventate le mani e il cuore della missione . Grazie per la tua ultima lezione: vissuta con la dignita’ che la fede ti ha dato.

E il tuo ultimo viaggio alla tua Madonna del Frassino dove hai ripetuto ancora:

Nachi cholinga cha umishonare wanga: kugawana moyo wanga ndi abale ndi alongo onse, kugawana chimwemwe cha kudziwa kuti mwa Yesu Khristu ndife ana a Tate mmodzi.

La tua stagione continua ancora. E’ una chiesa, sono i tanti volontari sostenitori dei tanti progetti, sono i tuoi studenti e lettori dei tuoi scritti, siamo noi i tuoi missionari del Malawi

Ti aspettiamo come ci hai promesso!

APERTA LA BIBLIOTECA NELLE CARCERI DI NTCHEU – MALAWI

All’inizio di Settembre 2011 e’ stata ufficialmente fatta l’apertura della biblioteca all’interno del carcere di Ntcheu.
Il progetto è stato possibile grazie ai fondi del 5 per mille che la nostra Onlus ha ricevuto nell’anno 2010.
Una prigione relativamene piccola costruita male e con tante piccole aggiunte ha una capacita’ di cento carcerati. Attualmente sono 230 e vengono dai due distretti di Balaka e Ntcheu. La poverta’ e’ infinita e manca soprattutto lo spazio all’interno delle celle, come manca di una qualsiasi assistenza sanitaria per non dire dell’acqua che arriva solo a giorni alterni.
Assieme a una famiglia italiana in visita alle Suore Sacramentine di Ntcheu e al gruppo degli Aragona della parrocchia di Santa Monica ad Ostia e’ stato un momento importante nel grande cammino di riconciliazione e rimotivazione della propria vita per le persone in carcere, questo segnale che viene dato attraverso la costruzione della Library. La Biblioteca poi si inserisce nel programma educativo che prevede la scuola quotidiana. Maestri e studenti, tutti carcerati, si aiutano con libri e quaderni, lavagne rudimentali e ripetizioni a trasformare anche l’analfabeta in uno studente capace di dare gli esami di stato della terza media e anche delle classi superiori.
All’ombra della bamdiera del Malawi c’e’ stata la festa che comprendeva anche la consegna a ogni carcerato di un pane dal panificio della Casa a meta’ Strada e un vasetto di marmellata del Fruit Processing di Balaka.
Poi ci sono stati i discorsi ufficiali e i canti.

L’Officer in Charge della prigione ha ricevuto “le chiavi” della nuova costruzione al cui interno ha ricavato anche il suo ufficio visto che quello antico gli andava troppo stretto. Sono i compromessi di lavorare con l’istituzione carceraria che d’altra parte garantisce anche l’uso migliore della nuova costruzione che sra’ sempre pulitissima e ordinata.La spesa maggiore e’ stata la fornitura di tutto il materiale: cemento sempre difficile da reperire anche a prezzi altissimi, piu’ del doppio del costo in Italia, il tetto con le lamiere, l’intelaiatura in legno e la controsoffittatura per garantire anche nei mesi caldi una temperatura accettabile al suo interno; porte e finestre con i vetri a proteggere dal freddo dell’inverno visto che Ntcheu si trova tra le montagne e le serate sono molto fredde e umide; la pittura e i trasporti… Quattro bagni con toilet e lavandini sono stati quasi un obbligo per garantire una buona igene.

Il lavoro di costruzione e’ frutto dell’impegno degli stessi carcerati che hanno tra loro dei bravi muratori.
Nella struttura dilapidata del carcere di Ntcheu, la biblioteca si caratterizza per la sua eleganza e uso ottimale dei pochi spazi.
Tra il muro di confine del carcere e lo stesso edificio sono stati aggiunti quattro bagni con acqua corrente: sono da soli la struttura migliore di tutta la prigione. Il costo elevato del materiale usato garantisce sulla qualita’ e la durata nel tempo.

I banchi che sono venuti dal Vittorio di Chiuduno con bellissime panchine hanno completato l’arredamento interno essenziale.

Robusti e facili da pulire, ecco un buon risultato a durare nel tempo.

Quello che sembra un ambiente spartano e’ all’interno del carcere la migliore costruzione di cui i carcerati vanno orgogliosi.

Da questi banchi nasce gia’ da oggi un programma di trasformazione di strutture punitive in momenti di rinascita.
Segnali importanti non solo per questa piccola prigione ma anche per le altre 28 carceri che in Malawi custodiscono 13 mila persone.
I 2500 libri raccolti in questi anni e ancora rinchiusi in tanti scatoloni saranno presto sullascaffalatura che viene completata a giorni.
Sono testi scolastici e tanti libri che accompagnino i lunghi giorni e notti del mondo delle prigioni dove la noia rimane ancora il principale nemico.

Alla ONLUS Missionari Montfortani la riconoscenza delle autorita’ e dei carcerati di Ntcheu.

L’aiuto che ci avete inviato di 7.000 euro ha reso possibile questo progetto che va oltre la costruzione della biblioteca e riesce a ripetere forte a chi e’ in carcere: “ricordati che sei una persona, non svendere la tua dignita’”.




Inaugurata la Pope John XXIII Nursery School

La Signora Giovanna Panzeri, fautrice del progetto “Scuola Materna Papa Giovanni XXIII” si è finalmente recata in Malawi lo scorso agosto con un gruppo di 14 giovani per inaugurare la Scuola Materna.

Inaugurazione Asilo

Qui la testimonianza di una dei protagonisti di questa esperienza:

“Quinto giorno in Malawi. Sveglia ore 7 a suon della ‘Ricciolina’, c’è chi proprio non riesce ad abituarsi alle voci di galline e tacchini e c’è chi è già pronto da un po’, perché questo è un giorno speciale, oggi finalmente inauguriamo l’asilo a Papa Giovanni. Colazione in fretta, breve  tragitto sul nostro mitico pullmino (come dice Daniele: pullmino  15 posti, 3 interi e 12 rotti)  e siamo arrivati. Ci aspettano un settantina di persone, tra cui quattro capi villaggio, il parroco della parrocchia di Mangochi e  tutti coloro che hanno partecipato ai lavori per l’asilo, più qualche curioso.

Per prima cosa visitiamo l’asilo (qualcuno tiene gli occhiali da sole per nascondere le lacrime), sono tre aule con tre grandi lavagne nere, ancora spoglie di per sé,  ma già pronte ad accogliere tanti piccoli abitanti. E’proprio bello il nostro asilo, è caldo, è luminoso, è già pieno di vita , è pieno della costanza, dell’impegno e della fatica di chi ha lavorato sodo per farlo nascere, è pieno del coraggio di andare avanti nonostante tutte le difficoltà, nonostante le piogge, nonostante mancasse il cemento, nonostante i ritardi. E’ pieno del sogno di padre Bruno, che l’ha voluto e l’ha sostenuto, e che fino all’ultimo era deciso a tornare per vedere il suo progetto finalmente concluso, è pieno degli sforzi di Agnese, intraprendente e generosissima, che l’ha seguito sul posto passo dopo passo. Non ho potuto fare a meno di pensare che questo asilo fosse pieno anche del desiderio di mio nonno Carlo, che credeva che il mondo si può cambiare, si può migliorare grazie all’istruzione, all’educazione a partire dai più piccoli. E mi odierà per questa citazione ma non ho dubbi che questo asilo sia pieno soprattutto della forza della nostra Zia Giovanna, della sua insistenza, della sua cocciutaggine, della sua faccia tosta, della sua schiettezza e della sua disponibilità. E’ d’obbligo, così come ha fatto la Zia durante il suo discorso, ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto; i padri monfortani, che hanno lavorato sul campo, ma soprattutto chi ha lavorato dietro le quinte, mi riferisco ai pittori che hanno messo a disposizione i loro quadri per la mostra ‘Un quadro per un asilo’ ( Dicembre 2009 ) tramite la quale sono stati raccolti la maggior parte dei fondi, a chi ha donato gli oggetti da mettere in vendita ai mercatini di natale di cui sempre la nostra zia si è incaricata, e alle ballerine della scuola di danza ‘Bergamo Danza’, che insieme al comune di Ponte san Pietro hanno organizzato una serata di raccolta fondi nell’ottobre 2009.

Torniamo alla cerimonia. Finalmente arriva il momento tanto atteso del taglio del nastro, un nastro blu di carta igienica!  Ci viene poi detto che c’è una sorpresa per noi, dietro un foglio di carta troviamo la targa in onore di Papa Giovanni, preparata quella mattina stessa.

Si rivela tutta l’accoglienza africana quando dopo una breve visita alla struttura circostante, che comprende scuola primaria e secondaria, oltre che scuole tecniche per insegnare ai giovani un mestiere (costruttore, falegname, meccanico, persino ‘tecnico del computer’!), ci offrono un piccolo rinfresco per introdurci dei chiarimenti riguardo le varie fasi di costruzione dell’asilo. Ci dicono che mancano ancora i vetri alle finestre, manca un porticato esterno e mancano i servizi igienici, ma grazie ai fondi  che speriamo di raccogliere nella prossima mostra di quadri ( Dicembre 2011, chiesa dell’ex Maddalena,Bergamo ) si può pensare di risolvere il problema.

Quando mi hanno chiesto cosa mi fosse rimasto più impresso dell’esperienza in Africa non sapevo cosa rispondere, non perché non avessi niente da dire, ma perché il viaggio è stato una sorpresa unica e continua.  L’africa ti svuota,  mettendoti a  confronto con una realtà così diversa a quella a cui sei abituato ti costringe a riflettere, non puoi far finta di non vedere, non puoi girare la testa dall’altra parte perché dall’altra parte c’è qualcosa che ti fa riflettere ancora di più.  Ti scontri con quello che vedi, e le preoccupazioni che a casa sembrano enormi si fanno piccole piccole.

Quando però inizi a guardarla sul serio l’Africa, non con gli occhi del turista distaccato ma con gli occhi del bambino che corre verso di te a braccia aperte e che nolente o volente ci dovrà vivere tutta una vita lì, ecco che allora l’Africa ti riempie, diventi una spugna pronta a assorbire tutto. I suoi colori, il rosso caldo e l’azzurro limpido, i suoi tramonti mozzafiato, il suo cielo stellato che non sembra neanche vero, le piantagioni da thè di quel verde che ti abbaglia, il suo venticello dolce e rilassante, e perchè no anche la polvere che si alza quando passi nelle strade sterrate, quella polvere che ti riempie gli occhi e il naso e ti fa starnutire, che copre tutto e non vedi più fuori dal finestrino. Ti affezioni perfino ai suoi orari sempre ballerini, agli imprevisti, alla benzina che non si sa se c’è, al pesce attaccato agli specchietti del pullmino, all’autista che prende tre multe in tre giorni, alla polizia che ti ferma e ti devi nascondere nel bagagliaio perché siete in troppi, ai viaggi in mille, alle vuvuzela che ti rimbombano nelle orecchie per tre ore di fila, al materasso scomodo e alla doccia fredda, ai ragni in camera e alle gite in montagna, quella montagna così pendente che mentre salivi avresti voluto morire.

Anche tornando a casa non si può far finta di niente,  la tranquillità di quel mondo che sembra lontano mille anni ti resta impressa. L’Africa si fa ricordare, si fa pensare, si fa mancare. E’ impressionante la sensazione  che provi nel rivedere il cemento di Milano, le strade perfette e le macchine in coda, e l’alba che non ha più gli stessi colori. Restano negli occhi e nelle orecchie le voci dei bimbi che ti chiedono se vuoi essere loro amico, i volti degli adulti che ringraziano per la tua visita, le braccia  sempre pronte a accoglierti, l’energia dei ragazzi che ballano come noi non sapremmo mai fare, la gentilezza di chi ti regala un disegno che non capisci come ha fatto a fare, o di chi ti lascia il suo braccialetto, così ti ricorderai di lui.  Resta l’insistenza di chi ti chiede in fila scarpe, borsa, pantaloni, maglietta, occhiali, e che prima di partire ti prega di tornare a riprenderlo e di portarlo in Italia con te. Resta la tenerezza di un bimbo di due mesi, che ti afferra la mano e non te la lascia. Resta amarezza per quelle mamme all’ospedale sedute per terra, per quel bimbo davvero troppo magro, per l’altro che non sa scrivere, per i carcerati che cantano e pregano con una forza inaudita, per quelle capanne isolate, per i piedi rovinati, i vestiti stracciati e i tagli sui visi.

Carola con Robero e bambini a Balaka

Restano le risate con le persone che sono partite con te, e la certezza che ormai siete legati perché avete vissuto un’esperienza così insieme, sempre insieme, nelle situazioni più strambe, in quelle più complicate, negli scherzi e nelle pazzie serali.

Resta il ricordo di chi ti ha dato una mano e di chi c’era sempre , il nostro Bambo Cucchi in primis, che non possiamo fare altro che ringraziare, tutti gli altri padri di Mangochi e Balaka, ma soprattutto lasciatemelo dire, un ricordo speciale va a  Roberto e Maurizio, i due pilastri portanti della missione!

Resta tutto questo, insieme alla consapevolezza che adesso che hai visto devi fare qualcosa, adesso riguarda anche te.

E quella canzoncina che risuona nella testa,

‘Ambuye mumatikonda

Ambuye mumatikonda

Zikomo ndithu

Zikomo lero zikomo

Zikomo lero zikomo

Zikomo ndithu’

(‘Anche oggi grazie, specialmente oggi grazie mille’)

Carola Panzeri

Ultime notizie dal Malawi …

Quello che e’ successo in Malawi in questi ultimi giorni ha solo un modo per raccontarlo. Gli ingredienti sono quelli di una storia che sa di antico per il mondo occidentale, mentre per l’Africa e’ l’espressione migliore della sua piu’ grande ricchezza culturale incentrata sull’umanesimo che si definisce come umunthu. La comunita’, il bene di tutte le tribu’ e di tutti i villaggi, e dentro al villaggio, la famiglia e la persona. La storia di oggi poi si ricollega di diritto ai fatti del 1992-1994 quando il movimento religioso si era imposto nei confronti dello stato incapace di rispondere alle attese della sua gente. Questi tempi si chiamano Kairos, momenti dello Spirito e certamente degli spiriti degli antenati che hanno come compito primario la protezione del villaggio e la sua crescita… E per questa storia ci vorrebbe il dono della poesia, dell’ironia e del canto tutto mescolato nei giorni che passano e che diventano storia… e che siano alcuni fatti a dire di questi giorni ancora freddi a sud dell’equatore dove il vento del nord dell’Africa sta arrivando. La prima data di questo nuovo calendario Malawiano e’ il 20 Luglio. La protesta di piazza rinnegata dal presidente che aveva comperato anche il giudice che aveva negato fino all’ultimo la possibilita’ delle manifestazioni. La gente che aveva avuto il coraggio di manifestare aveva dovuto confrontarsi con la polizia che sparava pallottole vere e aveva ucciso venti persone, soprattutto il 21 Luglio quando la protesta era degenerata nell’assalto ai negozi delle citta’ e alle stesse stazioni di polizia. Il governo aveva aggredito pesantemente l’opposizione e in particolare le organizzazioni non governative e rappresentative della societa’ civile. I capi avevano dovuto salvarsi dileguandosi nei villaggi o all’estero per chi aveva potuto scappare. Il presidente personalmente aveva voluto passare a tappeto le periferie delle citta’ di Lilongwe e Blantyre. Non ci sarebbero mai piu’ state delle manifestazioni. “Vi cerchero’ uno a uno… vi stanero’ personalmente… sulla strada incontrerete me”. Questo il tono dei messaggi della presidenza in preparazione alla data del 17 Agosto quando le manifestazioni avrebbero dovuto riprendere.

Qualcosa pero’ era cominciato a scricchiolare nel pugno di ferro che voleva affrontare la popolazione: Come la vignetta ha ripreso il presidente che dall’alto sua “Bingu mobile” il camion ricoperto di azzurro che gli permette di fare comizi a ripetizione in ogni angolo delle citta’. Al grido “Chala Mmwamba” (il dito in alto) che e’ lo slogan del partito, nessuno rispondeva se non una mano isolata. Decisamente la gente non era piu’ dalla sua parte e diversi incontri avevano dovuto essere cancellati… Poi e’ venuto il comunicato del segretario del raggruppamento delle organizzazioni non governative,

Mr Newa, che tra tanta paura portavano avanti la preparazione della veglia come era diventato il modo della protesta: una veglia di 48 ore che sarebbe poi continuata fino a che fosse stata ricevuta una risposta alle 20 domande che gia’ dal 20 Luglio erano state presentate a chiedere conto del mal governo e dello sfascio economico.

La veglia veniva sospesa per fare spazio al dialogo. Non era un’arresa all’assalto del governo e della sua polizia, non era il risultato di una ricca ricompensa da parte del presidente che aveva speso cifre enormi nel pagare la polizia, monopolizzare l’informazione, obbligare i capi villaggio a messaggi che dovevano intimorire la popolazione… era un senso di responsabilita’ verso la popolazione inerme che avrebbe dovuto confrontarsi con le forze dell’ordine che gia’ si erano schierate.. Restava la proposta fatta dal Concilio delle Chiese, con la presenza dei rappresentanti dei musulmani, unita alla Conferenza Episcopale dei Vescovi del  Malawi (ECM) – il programma era allegato nel tamtam del 17 Agosto –  di un’incontro di preghiera per il 16 Agosto. Il presidente Bingu wa Mutharika aveva chiesto anche un incontro con i vescovi cattolici dopo che per mesi interi li aveva considerati come dei paria a iniziare dalla consacrazione del vescovo della nuova diocesi di Karonga al nord del Malawi quando aveva impedito anche la presenza del servizio d’ordine ed era arrivato a ridicolizzarli quando avevano publicato “La Lettura dei Segni dei Tempi” del 30 Ottobre 2010. Il confronto deve essere stato duro. La sua decisione era che il presidente non sarebbe stato presente all’incontro di preghiera alla Comesa Hall di Blantyre, perche’ temeva che ne sarebbe venuto un imbarazzo dalle accuse che sarebbero emerse anche dalla preghiera. Sembra che la risposta dei vescovi sia stata molto chiara: “Se il presidente non sara’ presente i vescovi cancellano l’incontro di preghiera e si preparano ad essere presenti in piazza alla Veglia organizzata dai rappresentanti della societa’ civile”. La Veglia di preghiera veniva cancellata. A spingere in questa direzione in un primo momento sembra sia  stata la presenza di un team che veniva dalle Nazioni Unite con un suo rappresentante.

L’esperienza piu’ bella e’ stata proprio la preghiera. Nella grande sala c’erano i rappresentanti di tante chiese cristiane e i musulmani che nel mese del Ramadan e del digiuno avevano voluto essere presenti. E qui la religione ha dato prova di grandissima maturita’ di fede e di vita. Chiese che potevano parlare senza difficolta’ la lingua della gente, fatta di preoccupazione e paura, e riferire al presidente in persona quanto la gente non riusciva ancora a dire liberamente. La lettura tratta dal vangelo della “tempesta sedata” ha guidato l’incontro che dalle dieci di mattina e’ andata ben oltre l’una del pomeriggio.

Il tema della preghiera era “A Nation Seeking God’s Intervention in Forgiveness, Reconciliation and Peace,” Si sono alternati i vari predicatori, i cori a cantare i salmi e tutti a dire di una tempesta che stava sconvolgendo il paese e che rischiava di affondare il domani del paese. Alcuni pastori protestanti aveva alluso senza mezzi termini alla tempesta, ma e’ stato il sermone del Vescovo Joseph Zuza della diocesi di Mzuzu ad andare al cuore dello scontro tra classe dirigente e la popolazione del Malawi. Joseph zuza (secondo da sinistra con il vestito bianco – nella foto ripresa all’incontro dei paesi dell’AMECEA dello scorso mese di Luglio =presenti erano anche i due vescovi monfortani Thomas Msusa di Zomba e Alessandro Pagani di Mangochi =  - un incontro che e’ una vera scuola di profetismo e coraggio apostolico anche solo dal fatto di radunare vescovi da dieci paesi africani).

Il vescovo Zuza che e’ attualmente il chairman della conferenza episcopale, ha presentato la sua omelia che tra l’altro ha detto forte:

+ e’ ora che la presidenza la smetta di strozzare la societa’ civile, la stampa, il potere giudiziario e la democrazia che tanto e’ costata al paese

+ la tempesta che ci sta travolgendo e’ opera delle nostre mani (questo detto a un presidente che ripete sempre: Giudicatemi dal lavoro delle mie mani”

+ che razza di consiglieri ha attorno a se chi ci  sta guidando se quanto sanno fare e’ accusare tutti di tutto e mai accettare responsabilita’ di quanto viene fatto.

+ chi si ammassa tutto il potere e si crede una fontana di sapienza finisce per essere lo sciocco del villaggio

+ le presenti tendenze dittatoriali sono contrarie alla democrazia che abbiamo scelto per il nostro paese

Solo dal definire il problema puo’ essere trovata la strada per la riconciliazione e la pace. E la chiesa cattolica ha saputo scrivere una pagina degna della lettera pastorale del 1992. A distanza di vent’anni questa chiesa e’ diventata adulta e merita tutta la stima dei fedeli e del paese.

Come appunto era stata nel 1992  la partecipazione al bene comune: senza fare chiasso, senza pretese politiche, ma con coraggio e sincerita’, cosi’ e’ stato il 16 Agosto. Con il suo “tricorno” rosso quasi a volere dare peso alle parole usate, la chiesa ha dato prova di coesione e visione profetica del paese e la sua gente. In diretta televisiva e per le tre ore della preghiera il presidente in silenzio ha ascoltato. I risultati? E’ difficilissimo disfare gli errori di questi ultimi mesi. Troppi sono i ponti che sono stati tagliati sia dentro che fuori al paese. … L’inizio rimane comunque un segnale positivo e fortemente garantito dalla chiesa.

Cosi’ il 17 Agosto e’ giunto con il freddo e il vento del sud che sconvolge la tranquillita’ del lago Malawi. Le citta’ di Blantyre e Lilongwe erano completamente deserte e tutti i commmercianti hanno chiuso in attesa che anche questo scontro possa finire. Solo la polizia era ovunque e ben visibile. La societa’ civile ha dato al presidente quattro settimane in attesa di risposte altrettanto concrete come quelle del vescovo di Zuza.

Come nelle partite di tennis: “Ora la palla e’ dalla tua parte della rete”

E anche ripetendosi, il Tamtam assicura che la via pacifica iniziata porta segni di speranza a un paese veramente provato dalla poverta’, dice forte ancora come allora quando la democrazia stava nascendo in Malawi.

 

 

 

 

 

 

 

Tam tam d’estate

Tamtam delle piccole storie

L’inverno australe sta per finire. Le notte fredde diminuiscono e inizia la lunga ripresa della stagione calda che a Novembre-Dicembre raggiungera’ il caldo dell’estate.

E mentre la stagione cambia con la regolarita’ che sfida il cambio climatico molto sentito anche in Africa, e’ la stagione politica del paese che rimane imprevedibile. Il presidente sempre piu’ rinchiuso nel tempio della state house continua una serie di scelte che lo allontanano dalla gente. La gente poi non ha scelta che restare in attesa, come i contadini che aspettano la semina e il raccolto.

Dopo le manifestazioni del 20 Luglio che hanno visto la presidenza aggrapparsi sempre piu’ al potere e all’oppressione culminate nell’uccisione di 20 cittadini da parte della polizia di stato.

I paese esteriormente rimane calmo. I giornali, pagina dopo pagina, recitano del degrado e dell’impoverimento del paese. La “rivoluzione” rimane ancora un affare delle citta’ e delle persone che hanno un’educazione capace di riconoscere i segni dei tempi.

Il cambio vero verra’ sulla spinta dell’economia che tra pochi mesi non avra’ i mezzi per far tacere il malcontento che verra’ dagli ospedali senza medicine e dai lavoratori senza salario e i mercati sempre piu’ vuoti mentre i prezzi si raddoppiano.

E anche il tamtam preferisce raccontare storie piccole.

Come la marcia dei bambini dell’Oratorio del Cecilia Youth Center. Il 20 Luglio dopo aver percorso un solo  kilometro  erano stati confrontati dalla polizia che li aveva messi in fuga. Come trasformare quella giornata di confusione in una lezione di vita?

Cosi’ hanno raccontato la loro avventura.

Alemekezeke, una ragazza grande nel gruppo:

Io sapevo che la maglietta rossa che portavo non era benvenuta per strada il 20 Luglio. Mi chiedevo anche perche’ qualcuno avrebbe dovuto fermarmi. Non ascolto nemmeno quello che i miei genitori mi dicono. Perche’ mai qualcuno dovrebbe dirmi cosa vestire o meno.

Alla marcia ci sono andata. Ho visto la camionetta della polizia che ci inseguiva. Ho visto prima i bambini, ma poi anche i grandi scappare. Alla fine eravamo rimasti solo in due e anche noi siamo tornati al Cercilia Youth Center. La prossima volta non tornero’ indietro.

Sono piu’ grande di quello che sembro. A quindici anni io sono stato uno dei primi a scappare anche perche’ corro piu’ forte di tutti. Ormai non ho piu’ nemmeno la maglietta rossa. L’ho buttata per i campi e quando sono tornato a cercarla non c’era piu’. Non so chi l’ha raccolta. Forse la polizia che ci inseguiva. Ho avuto paura anche se non so perche’. ..

Io la maglietta l’avevo nascosta sotto il letto. Al Cecilia Youth Center sono venuta vestita in “civilian”… C’era anche la mia mamma che e’ una degli educatori al centro. Ma tutti avevamo paura e siamo tornati di corsa al centro giovanile e ci siamo chiusi dentro.

Ayobe, il ragazzino che risponde sempre per primo cosi’ da diventare lo spokeperson del gruppo. Appena rientrato al centro giovanile ho tolto la maglietta e l’ho nascosta del gabinetto. Poi abbiamo visto la polizia seguirci fino al centro e cosi’ assieme a tanti di noi abbiamo scavalcato il muro e ci siamo dispersi nei campi. Ho avuto paura perche’ sappiamo che la polizia picchia forte…

Il chierichetto grande si e’ avventurato in una descrizione piu’ dettagliata: non c’era nessuno dei grandi, dei genitori, e nemmeno il capovillaggio o qualcuno dei nostri maestri. Eravamo gli unici nella nostra cittadina di Balaka a vestire di rosso…

Perche’ dovevmo essere noi piccoli a sfidare il mondo?

La ragazza della prima superiore non voleva raccontare la sua storia. L’abbiamo dovuta chiamare per nome.Mia mamma e’ una maestra della scuola e mi aveva proibito di andare al centro giovanile il 20 Luglio. Ci sono andata ugualmente. Ho anche cominciato la marcia  ma quando sono passata davanti a casa e ho visto la mamma, mi sono fermata. Le mie compagne mi dicevano di continuare, ma io ho risposto “vengo domani alla marcia”.

La paura, solo la paura… Quando le camionette della polizia sono diventate due e sfrecciavano tutto attorno al centro..la paura, la paura ci ha fermati.

Stanley, l’educatore che guidava la marcia.

Ho impiegato un’ora a organizzare il nostro gruppo e a ripetere che la nostra non era una sfida, noi andavamo a visitare una zona dove c’e’ un ponte che e’ caduto e volevamo sapere perche’… Mi hanno seguito in pochi. Dopo un kilometro ci ha fermato la polizia.

Ormai eravamo in pochissimi. Ho cercato di spiegare cosa stavamo facendo e perche’ della nostra marcia con le magliette rosse…e poi sono tornato al centro per assicurarmi che ci fossero tutti i ragazzi.

(La sua confessione e’ stata sottolineata dal grido: “ti abbiamo visto scappare!” “Anche tu hai avuto paura della polizia!”

Cosi’ e’ stata la giornata della grande confessione. Abbiamo letto la storia degli apostoli che la notte del Giovedi’ Santo avevano abbandonato Gesu’, per cercare di capire cosa ci e’ successo.

Oltre che alla promessa che non scapperemo piu’, hanno promesso che al kilometro della strada dove siamo scappati tutti, ci metteremo un segnale scritto in grande che serva da memoriale. Ci scriveremo: Qui siamo tornati indietro, 20 Luglio 2011.

Se i piccoli raccontano di aver visto la paura faccia a faccia e di non lasciarsi piu’ sconfiggere

E’ il mondo dei grandi che piu’ e’ confuso.

Il presidente dopo aver tentato in tutti i modi di esiliare la vice presidente, Signora Joyce Banda, ora le ha tolto anche l’ultima carica che le era rimasta, quella di essere incaricata di tutte le organizzazioni non governative. Il presidente teme che questa carica le dia accesso a fondi e contatti internazionali. E “secondo i dettami della costituzione e l’autorita’ che mi viene data” tutti questo ufficio viene accorpato nel Office of the President and Cabinet.

Si illude se crede di aver vinto la guerra. Piu’ passano i giorni e piu’ rimane isolato. Oltre le parole sono i prezzi a dire che non c’e’ domani. La promessa che l’Iran ha donato 50 milioni di dollari per migliorare le miniere che il Malawi sta aprendo in varie parti del paese viene usata come un miraggio di una ripresa economica, mentre in realta’ e’ stato proprio l’essersi alleato con Iran e Cuba a segnare lo strappo con l’occidente che non perdona scelte politicamente sbagliate.

La Vice presidente del Malawi Joyce Banda con membri del suo nuovo partito che diventa famoso per il colore arancione.

Le manifestazioni che dicono Bingu e’ ora di andare… e riportano l’antica bandiera che il presidente ha voluto togliere dalla storia del paese… sono fatte da Malawaiani… ma all’estero.

In Malawi rimane ancora la paura e il silenzio.

Un silenzio che qualcuno cerca di vincere….

Lucious Banda, il cantante piu’ famoso e cresciuto alla missione di Balaka. Il cantante diventato parlamentare e poi finito in prigione

nell’ultima sua canzone racconta tutto il Malawi di oggi. E’ l’atto d’accusa piu’ completo. Se sopravvive vuol dire che c’e’ speranza.

Se la ripeti, ne verra’ un coro che sosterra’ questi giorni difficili che potrebbero essere come la grande confessione al centro giovanile un momento di crescita sociale e politica.

Un cammino lungo. Ma e’ anche l’unico possibile.

Buona Estate dal tamtam del Malawi 2011.

 

 

 

 

Tam tam di luglio

Il Tamtam di Luglio rischia di diventare famoso e la data piu’ importante e’ proprio il 20 di questo mese.
Per quel giorno e’ stato dato l’appuntamento per la prima manifestazione generale nelle maggiori citta’ del Malawi: Blantyre, Zomba, Lilongwe e Mzuzu.
Ormai gia’ allo stremo anche la pazienza e la sopportazione proverbiale del Malawaiano capace di ripetere l’antico proverbio Osauka satopa (Il povero non si stanca… non serve dire sono stanco, perche’ tanto nessuno ti ascolta) o anche Akapolo sakwiya (Lo schiavo non si arrabbia), non resta che andare in piazza. 

Il Tamtam ha atteso in vano che uno spiraglio di miglioramento della conduzione della cosa pubblica. Purtroppo proprio non e’ successo ed e’ ormai una discesa a picco del paese.
Manca la corrente elettrica per oltre sei ore al giorno e questo sara’ fino a Dicembre per poi riprendere a Gennaio e per un intero anno. Manca il diesel e la benzina che si compra a mercato nero al doppio del prezzo raggiungendo anche i due euro al litro. Da lunedi’ 18 il costo dei giornali raggiunge i 200 kwache perche’ e’ stata aggiunta una tassa del 16.5 per cento su ogni pubblicazione… Il cibo poi aumenta giornalmente cosi’ come i trasporti sempre piu’ cari.
E questo e’ il grido del Malawaiano che nel mezzo della strada:
“Ci saranno le manifestazioni
Ci sara’ la Lezione Publica
In Malawi va male!”
La Public Lecture e’ quanto di meglio la presidneza del paese intende offrire. Lo stesso giorno delle manifestazioni, alla stessa ora il presidente Bingu wa Mutharika offrira’ una Lecture, come l’ha voluta chiamare, una lezione cattedratica per spiegare la sua visione politica ed economica del paese, del perche’ tutto vada a rotoli, ma lui e’ in controllo. A una persona affamata, ma anche a chi per giorni interi ha fatto la fila per un litro di benzina… l’ultima cosa e’ proporre una lezione.
La gente vive nella paura queste giornate, chiusa nella propria casa la gente non sa cosa fare o dire. Sembrano ritornati i giorni prima del 1992 con la lettera dei vescovi o del 1993 ai tempi del primo referendum democratico. Non c’e’ mai stata una guerra, la gente non ama il confronto e meno ancora sfidare l’autorita’… per questo si trinceano nel silenzio.
Ma questo non bastera’ perche’ il degrado economico e’ solo all’inizio e non fara’ che peggiorare.
Difatti… 

Il primo segnale e’ stato lo scontro per la Liberta’ Academica: dopo quattro mesi di chiusura dell’universita’ dall’inizio di Luglio alcuni professori sono ritornati in classe cosi’ come parte degli studenti. Purtroppo il confronto non e’ stato risolto ma solo imposta una riapertura dell’universita’. I professori che sono stati licenziati non possono tornare a scuola e la presidenza ha buon gioco a dividere lo staff universitario.
Questi saranno gli eroi di domani, per oggi sono abbandonati a loro stessi e la protesta intanto cresce anche se sotterranea con la gente che promette di marciare contro il governo e il presidente che con i suoi libri si prepara a insegnare del perche’ di questa situazione

Il colore ufficiale per mercoledi’ e’ il rosso: di tutte le forme e di tutte le misure per dire basta, c’e’ anche tanta letteratura che viene distribuita sottobanco.

Il 20 Luglio, Un Nuovo Malawi e’ possibile!
Mancanza di carburante, di valuta estera, di liberta’ di stampa e di espressione, manca l’acqua nelle citta’ in particolare, le tasse non sono proporzionate alla situazione della gente, manca elettricita’, sono stati scacciati i donors-paesi che hanno da sempre aiutato il Malawi, il sistema giudiziario viene manipolato con l’introduzione di leggi contro la gente, e poi non c’e’ liberta’ academica…
un rosario troppo lungo che rischia questa volta di portare a gravi conseguenze.
Il Malawi nei mesi scorsi aveva espulso l’ambasciatore britannico (una mossa voluta dal presidente contro il parere di tutti), poi c’era stata quasi una ricucitura voluta soprattutto dal Malawi viste le conseguenze pesanti a cui andava incontro.
Ora la risposta dell’Inghilterra e’ ufficiale: interruzzione totatle degli aiuti, non verra’ inviato nessun nuovo ambasciatore e non si richiede un ambasciatore del Malawi a Londra. Assieme all’Inghilterra c’e’ poi tutto il mondo occidentale e in particolare il Fondo Monetario Internazionale che accusa il Malawi di troppe insolvenze e di non seguire il programma accordato…
Una tale reazione e’ certamente in linea con accordi bilaterali che tendono a far coincidere l’offerta di aiuto con una conduzione della cosa publica in linea con la giustizia, il rispetto dei diritti umani e le liberta’ riconosciute, da convincere i cittadini d’oltremare che con le loro tasse pagano questi aiuti. Viste le scelte fatte dalla presidenza del Malawi (leggi a raffica contro la liberta’ di informazione, di appello in tribunale, di liberta’ di stampa..) e’ difficile non accettare la reazione dei donors in particolare in questi tempi di crisi economica internazionale.
e difatti il documento legge:
I poveri del Malawi e i cittadini Britannici che pagano con le loro tassde gli aiuti, sono stati traditi (dal governo del Malawi). In queste circostanze e’ impossibile giustificare l’aiuto che veniva dato per la finanziaria generale del Malawi”.
Press Realease on Budget Support to Malawi_Page_2

E cosi’ non resta che la Protesta.
I problemi economici, le relazioni tra paesi donatori e paesi che ricevono gli aiuti sono certamente al centro di tante tensioni.
Certamente la situazione attuale del Malawi e le scelte della presidenza hanno una lunga storia e non sono frutto solo di un incidente diplomatico.
L’Africa di questo ultimo decennio ha visto una crescita superiore al 6%, un livello che nemmeno il mondo occidentale riesce a mantenere. Le materie prime in particolare stanno attirando tanti possibili investors. Tra questi la presenza della Cina che ha creato una competizione capace di rendere piu’ aggressivi i contratti. Da sola la Export-Import Bank of China ha dato piu’ prestiti del fondo monetario Internazionale all’Africa. La Cina ha promesso di raddoppiare quanto gia’ da mentre troppo spesso le promesse dell’occidente rimangono parole vuote… (come gli incontri dei G8 l’hanno mostrato). Le condizione ideologiche, politiche e istituzionali stanno cambiando molto in fretta e anche se finora l’unita’ africana, economica e politica, non ha ancora raggiunto quanto sperava, ci sono possibilita’ di emergere dalla dipendenza del passato.
Il grande problema di continuo dibattuto e’ legato al concetto di ownership dello sviluppo, chi guida, sceglie i punti da seguire e valuta le scelte e gli accordi da fare…insomma chi e’ il padrone..
Bingu wa Mutharika si e’ forse sentito troppo sicuro o forse perche’ crede solo a se stesso e trova nel presidente Robert Mugabe dello Zimbabwe un modello che lo ispira…
Si sente ancora al comando ed e’ pronto a fidare tutti: chiama stupidi quelli dell’opposizione cosi’ come i suoi cittadini a cui rinfaccia di non credere alla sua sapienza nel campo economico. Usa tutti e tutto (il giornale di oggi presentava un parallelo … dicendo che usa le persone e le butta via come si fa ..con un condom usato – fantasia degli scrittori.. ma anche stanchezza nei riguardi di una poverta’ che riporta indietro il paese).
Gli inviti al patriottismo, all’obbedianza, all’intimidazione che parla di assetto di guerra da parte della polizia di stato. Questo il clima di questi giorni di vigilia.
Dopo l’Ambasciata Americana che manda un segnale di allerta ai suoi cittadini presenti in Malawi, questo il messaggio del 17 Luglio agli Italiani in Malawi, del Console Italiano a Lilongwe.

Buongiorno a tutti,

Sono state indette (ma non autorizzate) da alcuni Partiti di Opposizione, Manifestazioni per dimostrare contro l’ operato del Governo, per il Giorno 20 Luglio, in tutte le principali citta’ del Malawi.
Si avvertono tutti I Residenti Italiani in Malawi di prendere precauzioni riguardanti la Sicurezza Privata.
l’ Ambasciata d’ Italia in Lusaka ed il Consolato Onorario in Lilongwe saranno a disposizione per qualsiasi evenienza.
I recapiti del Consolato Onorario sono inseriti di seguito e quelli dell’ Ambasciata sono nell’ allegato incluso.
Saluti
Cav. Eugenio Sabelli

I proclami si fanno sempre piu’ sentire (sempre con l’antica bandiera del Malawi) anche se per tutta risposta il governo ha organizzato oltre alla lezione del presidente anche una contro-marcia di protesta contro chi si oppone al presidente. C’e’ quindi una volonta’ precisa di cresare lo scontro e la possibilita’ di aggredire sia l’opposizione che i semplici dimostranti da parte della polizia.

e il tamtam fa eco sia alla paura della gente che alla necessita’ di fermare quanto prima questa invasione incostituzionale di una presidenza ormai fuori strada e contro i propri cittadini.
Il 20 Luglio diventa allora un obbligo essere presenti.
Vestiti di Rosso… come dice il manifesto:
Se sei un direttore, o lavori nella polizia o nell’esercito o un civil servant e come tale non puoi partecipare alla manifestazione..
manda il tuo cuoco, il tuo giardiniere a manifestare per te.