La Missione: un’esperienza continua
Sei “missionario” e lo sai che devi sempre uscire, partire, andare … E così mi impegno con i miei confratelli, Angelo e Francesco, li aiuterò nella nuova missione nell’Amazzonia del Brasile, per la settimana santa e Pasqua. Da Belo Horizonte a Marabà, in aereo, sono quasi 3 ore di volo. Da Lima a S. Paulo, dalla costa del Pacifico alla costa dell’Atlantico, sono poco più di 4 ore di volo: immagina quanto è grande il Brasile. Mi aspetta p. Angelo e facciamo un’ora de macchina, lungo la Transamazzonica, di notte (sono arrivato alle 22.40), per arrivare a Itupiranga dove è la sede della casa parrocchiale. Arriviamo verso mezzanotte e Francesco è già a letto. Ci troviamo il mattino seguente per la preghiera e poi si parte: Angelo si ferma in Itupiranga, Francesco va a S. Sebastiao a poco più di 100 km e io a Cajazeiras a una trentina di km da Itupiranga sempre lungo la famosa Transamazzonica. Dico famosa perché, sulla carta, era già stata asfaltata varie volte e al tempo di vari presidenti della Repubblica, Lula compreso, ma niente di asfalto. Anzi in quest’epoca di piogge si trasforma facilmente in torrente e quando non piove, polvere e buche. 
E pensare che questa regione del Parà è una delle più ricche del Brasile per le miniere e per tante altre opere tipo idroelettriche ecc. anche se tante con moltissime polemiche per causa della distruzione dell’Amazzonia. E difatti qui è rimasto ben poco di foresta. Perfino la famosa “castagna del Parà”, una pianta protetta, di protezione ne ha vista ben poco. Da una parte e dall’altra della Transamazzonica sono tutte “fazendas”, grandi allevamenti di bestiame per la carne che sarà in parte esportata. Per il troppo caldo, latte ben poco. Mi diceva un “fazendeiro” che perfino una mucca di tipo olandese, famosa per il latte, al massimo farà dai 3 ai 5 litri di latte al giorno, quando il suo normale arriva a 20/25.
La gente ha sistemato la casa parrocchiale e quindi non ho difficoltà ad accomodarmi: il frigo pieno soprattutto di acqua e frutta. Io, particolarmente, non sopporto tanto il caldo e qui si arriva, di giorno, anche ai 35/38 gradi, umidi … In casa non resisto senza i ventilatori, sempre accesi anche di notte e un po’ aiutano ad allontanare le zanzare, contente di vedere “carne nuova” … Il p. Amilcar, portoghese e che io ho sostituito in questa settimana, mi scriveva che piove moltissimo, nemmeno lui sa da dove arrivi tanta acqua. Scherzi del tempo: quando ero in Itupiranga pioveva a Cajazeiras e quando ero a Cajazeiras pioveva in Itupiranga, per cui la pioggia l’ho vista solamente il venerdì quando la gente decide che la celebrazione della passione del Signore incomincia alle 3 del pomeriggio e continua con la Via Crucis per le vie del villaggio. Ore 15: un caldo, un sole … dicevo al Signore di mandare qualche goccia d’acqua … e mi ha ascoltato … Un bel temporalone, all’ora esatta che rinfresca l’ambiente e finisce proprio quando incominciamo a uscire di chiesa per la via crucis. Non piove, non c’è sole e allora si va avanti … in mezzo al fango, ma ce la caviamo e bene …
La settimana santa era incominciata con la domenica delle palme e allora al mattino celebro in 2 comunità sparse lungo la Transamazzonica “vecchia” che è in condizioni migliori della nuova. Lungo questo tragitto ho conosciuto da vicino la pianta della castagna del Parà: bella, la più alta di tutta la vegetazione della zona, e famosa anche per la frutta. Siamo in quaresima della fraternità dedicata alla salute – sanità e, tra i vari alimenti naturali, si dice di consumare da 3 a 5 castagne al giorno che aiutano a prevenire infarto, colesterolo ecc. Sono anche buone tra l’altro e quindi non c’è nessuna difficoltà. Non mi ricordo tutti i tipi di palma che ci sono in giro, ma uno sì e si chiama açaì con il quale si fa succo, polpa e altro e anche questo fa bene a tante cose che non ricordo. Vedo pure le piante di NONI, dal forte odore di marcio, ma come succo o polpa previene ogni tipo di tumore. E tantissime altre specie tra cui cacao, papaya gigante, maracujà e altre.
Mi trovo con una comunità la cui chiesetta è dedicata a S. Antonio (qui ci sono 2 preti italiani e 1 portoghese, per cui non saprei dire se è il Santo di Padova o di Lisbona …) molto ma molto attiva. Una vera comunità di base con tanti giovani, comunità che visito ancora la domenica di Pasqua. Li osservo e vedo che in chiesa uomini e donne sono in parità quando generalmente le donne sono sempre la maggioranza quasi assoluta. Mi chiedo se anche in queste parti così lontane dal mondo sia arrivata la “droga” segno di civiltà per qualcuno. E purtroppo la risposta al mio quesito è affermativa. Al ritorno celebro in un’altra comunità dedicata alla Madonna di Fatima: anche qui una piccola comunità molto attiva, quasi tutti parenti e tutta gente che è venuta da un altro stato del Brasile alcune decine di anni fa. Differenza anche del tipo di persone: in S. Antonio trovi molti giovani e qui sono quasi tutti adulti. Anche questa comunità la visiterò la domenica di Pasqua. E’ interessante stare insieme con loro, anche quando ti invitano al pranzo, e ascoltare le storie della loro emigrazione, le peripezie, le avventure e, finalmente, lo star bene. E’ un altro pezzo di Brasile che non conoscevo.
Il martedì santo è la celebrazione della messa dei santi oli, messa che generalmente si celebra il giovedì santo mattina in cattedrale. Per ragioni pastorali e per le distanze enormi che esistono tra una parrocchia e l’altra, si fa il martedì, in città, Maraba. Si incomincia al mattino con la conferenza del vescovo, un salesiano italiano che ha già presentato la sua rinuncia per limiti di età e spera che gliel’accettino subito, a tutti i sacerdoti, religiosi e laici rappresentanti di ogni parrocchia della diocesi. Segue il sacramento della confessione in chiesa, pranzo, e nel primo pomeriggio vari avvisi diocesani e parrocchiale per concludersi con la santa messa alle 18 con quella specie di stadio coperto, pieno di gente, nessun ventilatore … respirare non è facile … in queste condizioni … In Brasile ci si sta preparando per la giornata mondiale della gioventù (2013) e tutte le diocesi ricevono la croce e l’icone della Madonna, simboli delle GMG, per qualche giorno. Siccome si fermano in diocesi solo 2 giorni, qui hanno fatto una replica che si fermerà in ogni parrocchia fino al 10/11 ottobre quando la diocesi ospiterà i simboli originali (devono andare a prenderli in un’altra diocesi a quasi mille km, sempre nella Transamazzonia, con un camion … senza asfalto e piena di buche … altra via crucis …). 
E’ stata bella la scena prima di incominciare la celebrazione del giovedì santo a Cajazeiras: chi saranno gli apostoli? Era già tutto preparato, apostoli e apostole con la loro bella tunica, seduti intorno all’altare. A un certo punto vedo tutto un movimento, una che toglie la tunica, l’altra che chiama Tizio e Caio … In pochi minuti cambia la scena: solo apostoli “maschi”. “Anche loro devono fare qualcosa, non solo le donne” alza la voce una delle responsabili. Poveri uomini!
L’ultima messa la celebro il giorno di Pasqua alla sera ed è la messa dell’addio o arrivederci. La gente spera che sia un arrivederci e perché no? Sono sicuro che il Signore mi darà la forza anche per superare il caldo o per abituarmi, perché sarà difficile cambiare il clima da quelle parti … E ci salutiamo con gli abbracci di sempre e quel magone che ti rimane dentro …
In questa decina di giorni ho vissuto dentro di me qualcosa che da tempo non sentivo: una certa solitudine. Non era il fatto di non avere internet o telefono o cellulare, no. Alla sera ritornavi a casa e … solo. C’è la TV che ti mostra un solo canale il quale passa “telenovelas” dal mattino alla sera … Almeno ci fosse qualche partita di football … Ma credo sia una solitudine “positiva”: avevo bisogno di stare da solo, almeno qualche ora e soprattutto di notte. E “va, pensiero …”. Ogni sera, soprattutto dopo le celebrazioni del triduo pasquale, penso ai miei confratelli di comunità e di missione: li ho ricordati durante la celebrazione e ora penso a cosa staranno facendo e mi viene una domanda: anche loro si saranno ricordati di me? Spero di sì. Molte volte nella nostra vita comunitaria ci “perdiamo” in piccole cose o, come si dice, anneghiamo in un bicchier d’acqua. Che bella la vita, invece, con la nostra gente e quante cose possiamo imparare! Grazie alla Provvidenza che, come dice S. Luigi da Montfort, “non manca mai”, abbiamo tutto o quasi: dai, non ci manca proprio niente. Forse un po’ più di gioia di vivere e di amare. Dopo la celebrazione della lavanda dei piedi ho invitato la gente a ripetere il gesto umile di Gesù servo e servitore, in casa: marito lava i piedi alla moglie, figli ai genitori e viceversa … Non so quanti l’avranno fatto, so che per alcuni non è stato facile e altri hanno “rimandato” il gesto a un’altra occasione. E mi domando: sarei riuscito a lavare i piedi ai miei confratelli di comunità, missionari come me? E loro l’avrebbero fatto a me? Domande rimaste nell’aria notturna e calda di Cajazeiras.
Abbiamo avuto il tempo anche per un bell’esame di coscienza in preparazione al sacramento del perdono. Mi sono soffermato sulle “parole” che escono dalla nostra bocca: tante, belle ma tante anche un po’ meno, soprattutto quelle che escono in momenti di rabbia che offendono le persone che amiamo di più. E la sera mi riporta alle mie comunità monfortane del Perù e del Brasile: quante volte per una parola abbiamo chiuso il cuore al perdono!! E la fantasia va, non si ferma … Alla fine mi dico: ma che bello vivere da perdonati e da riconciliati! E si dorme con tutti questi pensieri. La mattina seguente arriva sempre qualcuno: Padre, svegliati, ti ho portato il caffè, la colazione ecc. ecc. Che brava la nostra gente! E, nonostante noi, ci vuole un bene immenso.
C’è anche l’aspetto “negativo” della solitudine: come mi piacerebbe condividere queste belle esperienze con qualcuno e … non si trova. E penso alla solitudine di tanta gente, abbandonata perfino dalla loro stessa famiglia. Che brutto! Come posso essere aiuto per loro? Anche se sono solo per qualche giorno so che ho sempre tanta gente che è sintonizzata con la mia vita, anche da lontano.
La vita continua. “Padre, in poco tempo ci hai insegnato tante cose”. Non ricordo di aver fatto cose straordinarie. “Sì, la tua presenza ‘presente’ ci ha rinnovati nella nostra gioia di vivere e amare, come tu sempre dici”. Sono contento che si ricordino per cose e gesti semplici: non perdere mai la gioia di vivere e amare; il sorriso; l’abbraccio o gli abbracci; il visitarci; l’essere presente.
E’ stata una piccola esperienza pasquale missionaria a Cajazeiras, cittadina fin qui sconosciuta, e ora registrata nel fondo del cuore.
P. Luciano Andreol (luciano.andreol@gmail.com)
Pasqua di risurrezione
Era cominciata male la giornata del Sabato Santo in Malawi. Diversi ministri del Democratic Progressive Party, il partito di governo del defunto presidente Bingu wa Mutharika, avevano il loro candidato alla successione nella persona del fratello del presidente Peter Mutharika. Il messaggio alla nazione era chiaramente di parte e lontano dai dettami della Costituzione del Malawi: “La Vice Presidente Joyce Banda non potra’ mai essere presidente del paese
perche’ ha fondato un suo partito”. L’incertezza non e’ pero’ durata molto. Tute le forze piu’ importanti del paese hanno dato il loro appoggio alla sua successione.
Gia’ era cominciato ieri il commento degli Stati Uniti che assieme alle condoglianze chiedevano l’immediato trapasso dei poteri alla Vice Presidente cosi’ da rispettare la Costituzione del Paese.
La Chiesa Cattolica offriva le sue condoglianze al paese direttamente a “To the President–in-waiting, Her Excellency Madam Joyce
Banda, the First Lady,” prima ancora che fosse dichiarata presidente del paese.
Poi tutte le chiese dicevano chiaro che non c’erano altre strade percorribili. In un testo che aveva avuto diverse stesure era chiaro che la candidatura della Vice Presidente sarebbe stata l’unica
accettabile e che non c’erano alternative. La necessita’ di riconfermare questa scelta era necessaria per garantire un passaggio di poteri che fosse riconosciuto dal paese, in accordo con la Costituzione e capace di assicurare tutto l’appoggio
possibile a quella che era una procedura mai sperimentata nei vent’anni della giovane democrazia del Malawi.
Veniva poi diffusa dalla State House la notizia ufficiale della morte del presidente, dei dieci giorni di lutto nazionale con l’ordine di avere tutte le bandiere a mezz’asta.
Alla presenza del capo dell’esercito Generale Henry Odilo e l’Ispettore generale della polizia Peter Mukhito Her Excellence Joyce Banda aveva avuto un incontro con tutto il governo e i suoi ministri in quello che aveva definito un incontro di riconciliazione e di pianificazione del futuro. Poi alle 5 del pomeriggio di Sabato 7 Aprile alla nuova sede del parlamento c’e’ stata la swearing in ceremony con il giuramento sulla costituzione che per il tempo che rimaneva fino alle elezioni
del Maggio 2014, Her Excellency Joyce Hilda Banda, 62 anni, era la quarta presidente del Malawi e la prima donna nel paese a ricoprire questa carica (Seconda donna in Africa dopo la presidentessa della Liberia Ellen Johnson Sirleaf).
Due minuti di silenzio per ricordare il presidente deceduto e la conclusione con So Help me God pronunciato dopo le parole che hanno detto chiaro che non c’e’ spazio per vendette politiche in riferimento a come era stata trattato dopo
l’espulsione dal partito di governo e tutte le vicissitudini a cui era stata sottomessa negli ultimi due anni.
Il Chief Justice Lovemore Munlo, tutti i rappresentanti della Corte Giudiziaria, davanti al parlamento riunito e dopo il saluto dei 26 colpi di cannone e il saluto della Guardia militare il Malawi risolveva pacificamente un passaggio di
poteri che avveniva in un momento di grande tensione nel paese. Il marito, Richard Banda, era stato in passato Chief Justice sia in Malawi che in Swaziland e ora in pensione, verra’ chiamato First Gentleman, un nuovo titolo
per il Malawi che in passato aveva solo avuto la First Lady. Il color arancione diventa ora il nuovo simbolo del paese, dopo il Giallo del UDF di Bakili Muluzi e l’Azzurro di Bingu wa Mutharika.
La strada e’ lunga, ma non ci poteva essere niente di meglio che questa transizione pacifica che una volta di piu’ dice dello spirito di riconciliazione caratteristico del Malawi e della sua gente.
Importantissimo e’ togliere il paese dall’isolazionismo in cui e’ stato spinto dal precedente governo, cosi’ come assicurare una ripresa economica che riporti speranza a un paese veramente devastato da scelte politiche ottuse e superate.
La liberta’ di informazione dovra’ avere priorita’ in una situazione di totale monopolio delle comunicazioni sociali che avevano demonizzato tutto e tutti. Immagine del passato deve presto diventare la ministra dell’informazione che fino ad oggi aveva fatto l’impossibile per fermare il passaggio delle consegne politiche. Patricia Kaliati, anima nera di un Malawi che ricorda i lunghi anni della passata dittatura assieme al circolo dei ministri venduti alla disinformazione e
all’imprigionamento dell’opposizione non potra’ certo invocare la riconciliazione anche per dare un chiaro messaggio al paese che l’onesta’, il rispetto dell’Umunthu che sono i valori tradizionali del paese, non sono in vendita.
A nome della comunita’ Europea il presidente Jose Manuel Barroso ha cosi’ riassunto il suo messaggio al Malawi:
“Malawi has in the past 20 years become an example of democracy with its peaceful transitions of power and respect for the constitution and the outcome of
elections. We express our hope that this tradition will be respected and that there will be a calm and peaceful transition of power in full respect of the provisions of the constitution.”.
Cosa sara’ del DPP il partito della passata presidenza?
Che tipo di governo guidera’ il paese?
Come risolvere i tanti problemi attuali?
Tante domande per domani. Il 7 Aprile diventa gia’ storia per il Malawi. Una bella storia da raccontare.
Tanti auguri Malawi!
TIME TO RECLAIM OUR DESTINY
Vent’anni di democrazia in Malawi
Tanti sono gli anni trascorsi dal 1992 quando i vescovi cattolici del Malawi avevano scosso la struttura della dittatura fino al ritorno della democrazia.
Un referendum, quattro elezioni generali e due presidenti si sono alternati in questi anni assieme alla crescita della struttura democratica che oggi si chiede di riappropriarsi i motivi di questo nuovo corso
politico che ha esaurito la visione e la pratica della partecipazione al bene comune. I giorni 14‐15 Marzo entrano di diritto nella storia del paese. Guidati dal PAC, un gruppo che raccoglie tutte le chiese
e tante organizzazioni sociali, un gruppo che e’ sopravvissuto ai lunghi anni della politica di partito che spesso non accetta altre voci che la propria, un gruppo che unico puo’
diventare oggi la voce del Malawi nel confronto con uno stato sempre piu’ vicino alla dittatura… 
Gia’ dall’inizio dell’incontro e’ stato uno scontro con il governo che voleva il silenzio totale nel paese. Essersi incontrati e’ gia’ un successo.
L’incontro e’ stato fatto alla cattedrale di Limbe, antica sede episcopale del primo vicario Apostolico Louis Auneau dello Shire Vicariate, e oggi centro del cattolicesimo della arcidiocesi di Blantyre.
A vent’anni dalla lettera pastorale dei vescovi cattolici nel 1992, quando i cattolici erano da soli a guidare la riscossa popolare, oggi l’incontro e’ stato ecumenico con la partecipazione di tutte le chiese ed e’ stato un incontro aperto ai media e alle comunicazioni sociali. Unico assente il partito di governo e i suoi fedelissimi. Il vescovo anglicano James Tengatenga ha aperto l’incontro con una prolusione che dava
direzione a tante voci che vi avrebbero contribuito. Tre vescovi cattolici erano in prima fila a dire la presenza di una chiesa che pur avendo un presidente cattolico alla guida del paese, o forse proprio
per questo, sottolinea la necessita’ di essere voce di un paese allo sbando che non puo’ permettersi un deterioramento ulteriore dell’economia e della politica.
Il Vescovo monfortano Thomas Msusa, conosciuto da tanti anche in Italia dove e’ stato per incontri e predicazioni, e’ il vice chairman della conferenza episcopale del Malawi e racconta spesso di quanto i
vescovi fanno per essere presenti a tutti i livelli della vita sociale e religiosa del paese.
II vangelo che le chiese predicano ha la forza di trasformare le coscienze, l’azione pastorale porta le chiese ad essere il Buon Samaritano nelle
scuole e gli ospedali del paese, la presenza di mediazione, difesa dei diritti umani e riconciliazione e’ lo stile delle chiese nel mondo politico. A questo livello nascono le duestrade: lasciare la polita ai politici o
l’attivismo che a volte confonde le chiese alle Organizzazioni Non‐Governative.
Questo incontro e’ importante come la lettera pastorale del 1992. Come allora le tentazioni o le scorciatoie che si vogliono percorrere sono tante.
Quale sara’ il risultato di questa nuova stagione? Riuscira’ questa presa di posizione a riportare il diesel, la corrente elettrica, la moneta estera nel
paese che mai in questi vent’anni sta vivendo una poverta’ estrema con ospedali senza medicine, scuole chiuse e operai senza lavoro?
Ultimo segnale della discesa economica e’ che il Malawi sta diventando una No Fly Zone, le compagnie aeree del Kenya e Ethiopia non ci atterrano piu’ perche’ non accettano il pagamento dei
biglietti aerei in valuta locale, il Kwacha che e’ fortemente svalutato anche se ufficialmente viene mantenuta un’alta quota di cambio.
I discorsi sono stati fatti da professori universitari, loro stessi vittime di questo regime di intolleranza, e da rappresentanti dell’economia.
Professor Chinsinga che e’ stato il primo perseguitato dalla polizia all’origine dei lunghi nove mesi di chiusura dell’universita’, ha riassunto bene la necessita’ di un cambiamento vista la situazione presente.
Edge Kanyongolo, professore alla facolta’ di legge che era stato per mesi nelle prigioni del dittatore Kamuzu Banda ha sostenuto la necessita’ di cambiare anche oltre i dettami della costituzione
che e’ incapace di rispondere alle necessita’ attuali di riforma. I vari politici presenti ammettono la loro incapacita’ o non volonta’ di partecipare in prima persona, lasciando alle chiese e alla societa’ civile
di “sporcarsi le mani”. Il documento finale Pur essendo solo un draft non completo dice molto di quello che sta preparandosi per i prossimi mesi.
Vengono dati 60 giorni al presidente perche’ si ritiri dalla politica. Mancando questa accettazione vengono dato 90 giorni per preparare un referendum che ritracci la strada da percorrere.
O in alternativa disobbedienza civile e manifestazioni di piazza a cui si chiede a tutta la gente di partecipare.
Come da copione la reazione del governo e’ stata immediata: Niente dimissioni e niente di tutto quanto e’ stato detto.
La polizia rafforza la sua presenza a impedire qualsiasi dimostrazione. La ministro dell’Informazione Patrizia Kaliati non ha mancato di accusare tutti e tutto. Non ci sara’ dialogo, ma il pugno duro
del governo. E questo fino al 2014 quando ci saranno le prossime elezioni. Dove va il Malawi? Quale presenza per le Chiese?
Le scorciatoie non aiutano. Il cambio del leader politico dove e’ stato tentato, non sembra funzionare troppo.
La scelta della violenza riesce poi, una volta raggiunto lo scopo, a trasformarsi in una forza di pace? Non capita mai.
Proclami come: ‘Vincere la poverta’ ‐ ‘Fermare la violenza’ ‐ Sviluppare l’Africa’ hanno bisogno di nuove definizioni. Non basta ripetere il passato…
E la speranza del tamtam e’ che ci sia spazio perche’ nasca qualcosa di nuovo, una nuova coscienza sociale, una fede che diventa il vissuto reale.
Non sono un sognatore, e’ vero! Cosi’ insegna la fede. Cosi’ e’ l’impegno delle chiese. Cosi’ e’ vero per la Pasqua.
Una strada lunga. Ma e’ l’unica Una proposta: L’Africa che Cambia… per cercare assieme
Tam Tam dell’Anno Nuovo
Il tamtam ancora a voler raccontare di un Natale da vivere anche quando la poverta’ ha messo in ginocchio un paese.
Il Malawi sta vivendo in questo inizio di anno un risveglio difficile. Anche per brevi viaggi la domanda e’ diventata “riusciro’ a tornare a casa?”. La mancanza di carburante e’ diventata cronica, cosi’ come la mancanza dello stesso grano nonostante le mille promesse del Governo. Ormai il presidente del Malawi, Bingu wa Mutharica, sfida la sua stessa gente con slogans di partito: “il Malawi non puo’ continuare ad essere un paese di pulcini che si lamentano sempre di fronte a piccolissimi problemi”. Per ripulire la citta’ di Lilongwe dai venditori ambulanti che non accettano di restare confinati in aree lontane dalla gente soprattutto ora che il commercio diventa difficile per i prezzi in continua crescita, fa intervenire l’esercito che li picchia e arresta a decine. La totale chiusura a un dialogo che trovi una soluzione ai problemi gravissimi che come nel caso della mancanza di diesel ha paralizzato il paese, non promette nulla di buono.
L’ambasciata degli Stati Uniti chiede ai suoi connazionali presenti in Malawi la massima allerta. Per non “piangere come pulcini” e accettare la sfida di un Natale diverso siamo ripartiti dagli ultimi. Con una montagna di pane preparato dalla “Pizzighini’s Bakery” il panificio della casa a meta’ strada, siamo andati in visita al carcere di Massima Sicurezza di Zomba dove ci sono 2.200 carcerati. Dopo due giorni interi di lavoro per preparare un pane grande per ogni carcerato il primo problema e’ stato quello di trovare il diesel per il trasporto. All’entrata del carcere la lunga lista che dice chiaro di un sistema giudiziario che fatica a rispettare i tempi di attesa dei processi e ingolfa le carceri di troppe persone in attesa di giudizio. Con 13 mila carcerati la struttura penitenziaria vive seri problemi che vengono sempre rimandati. Il Prison Fellowship Malawi e’ presente con un messaggio importante.
Per diversi anni la Casa a meta’ strada ha accolto ex-detenuti e li ha aiutati a reinserirsi nella societa’. Oltre duecento sono stati per corsi di sei mesi accolti e accompagnati nell’apprendimento di un mestiere, nel capire quale sara’ il domani di ritorno al villaggio e soprattutto nella riconciliazione con la propria vita, dopo gli orrori del carcere, e la riconciliazione con la societa’ piu’ grande. Il rappresentante del Chief Commissioner e del Prison Fellowship stanno per firmare un Memorandum of Understanding che darebbe la possibilita’ non a ex-carcerati, ma a persone che stanno scontando la pena, di essere presenti per l’ultimo anno della loro sentenza alla Casa a meta’ strada.
E’ un passo molto importante e il Ministro degli Interni da cui dipendono le carceri, vuole essere presente alla firma di questo contratto. Alle Carceri serve di dare un esempio di apertura perche’ sono troppe le accuse di mancanze di rispetto dei Diritti Umani, alla Casa a Meta’ Strada serve entrare all’interno del sistema carcerario per poter dimostrare che ci puo’ essere un sistema diverso di vivere la condanna per sbagli commessi.
E’ forse il momento piu’ delicato dell’esperienza della Half Way House.
Deve poter provare che la rimozione della liberta’ e’ una pena sufficiente a garanzia della legge che punisce chi non sa usarla bene. Deve poter rendere produttive le giornate di chi sta’ in carcere. Ma soprattutto deve creare uno spazio che permetta una vera riconciliazione con se stessi e la societa’. La Casa a Meta’ strada del Malawi e’ la piu’ grande istituzione del genere in Africa… e chiede collaborazione di personale e aiuti per poter dimostrare la fattibilita’ di questa alternativa al carcere punitivo e disumanizzante. Il segreto dietro a questo tentativo e’ la ricerca di una via che diventi la norma.
Venire a vederli in faccia, incontrarli questi relitti umani resi cosi’ da strutture incapaci di redenzione, ecco il motivo di una visita che ha portato una decina di pastori di varie chiese a confrontarsi con questo problema di societa’.
La preghiera di chi e’ in carcere e’ sempre commovente perche’ riassume anni spesi dietro le sbarre. Notti che non finiscono mai e il confronto continuo con la violenza che uccide la speranza.
Per la prima volta a “leggere il Vangelo e spiegarlo” e’ stato un condannato al carcere a vita. E ha saputo parlare al cuore della sua gente. Basta violenza. Siamo figli di Dio. Possiamo cambiare la nostra vita.
Il gruppo delle donne con i loro bambini, anch’essi cresciuti in prigione, obbligano la societa’ a una riflessione che porti al rispetto della dignita’ della persona prima di tutto, anche prima della condanna.
I carcerati per ore hanno raccontato la loro vita e le loro speranze. I ragazzi grandi a recitare il femminile che manca alla loro vita.
e canti ordinatissimi a dare valore alla loro ricerca di umanita’. Il coro delle donne ha ammutolito tutti i duemila carcerati. Il bello dicono che salvera’ il mondo e per l’Africa e’ il canto e la danza, e i tamburi e i cori che meglio esprimono la partecipazione, piu’ che la voce del singolo cantante a riconciliare il villaggio e la nazione. Il Sikiri, la danza dei Musulmani ha una rara bellezza e capacita’ di trasmettere l’orgoglio dell’essere vivo e di appartenere. La pioggia che ha intermittenza ha lavato il quadrilatero dove ci si era ammassati tutti non ha impedito di continuar.Bella e’ stata anche la partecipazione alla danza del gruppo di visitatori dall’Italia. 
Il Reporter di Report di RAi 3 si e’ lasciato trascinare da questo “momento di grazia” quando ci si riscopre vulnerabili davanti al grido di dolore di una persona. La presenza dell’Alleluya Band ha contribuito molto a questo miracolo.
Cos Chiwalo e la sua tribu’ molto conosciuti in Italia per le loro tournee annuali sanno parlare la stessa lingua dei carcerati.
L’aver partecipato alle giornate della Gioventu’ li ha resi veri ambasciatori di un mondo diverso da quello che ci imprigiona.
Il 5 Gennaio 2012 diventa cosi’ una memoria che puo’ aiutare i giorni bui del carcere. Puo’ aiutare anche a rileggere la propria vita “libera” fuori dal carcere ma ugualmente imprigionata in tante schiavitu’. La situazione del carcere e’ proprio allo stremo. Ormai condannato alla demolizione da anni, il carcere di massima sicurezza di Zomba sta diventando una trappola di morte.
La cucina a stento riesce ad offrire un pasto al giorno: questo piatto di fagioli poveri, una sottospecie minuta poverissima di calorie.
e la farina semicotta in pentole che per la mancanza di energia elettrica hanno poca legna a disposizione. Un livello cosi’ basso non era stato raggiuntonemmeno negli anni della dittatura.
Due mila pasti al giorno da preparare in queste condizioni sono sempre un’avventura .
Cantare assieme. Un pane grande del Luigi Pizzighini e una marmellata prodotta dal Fruit Processing di Seconda Linea Missionaria per ridare ordine a un mondo sbilanciato.
Come festeggiare il Natale nella poverta’? La condivisione di quanto abbiamo e la partecipazione e l’ascolto attento. E i 2000 pani e le 2000 marmellate sono piu’ che un bene di scambio.
Sono all’inizio di un miracolo che vorremmo potesse cambiare da dentro un paese.
Convinti che sia la strada giusta!
Il Natale in tempi difficili
Carissimi della tribu’ del TamTam del Malawi
Oltre le settimane i mesi, tanto il tempo che e’ passato dall’ultimo suono del tamburo del Tamtam del Malawi. I motivi di tanto silenzio sono tanti e legati a una domanda importante: Come vivere la festa in giorni difficili?
Come cantare il Natale quando la paura e’ cosi’ grande da nascondere anche le parole?
1. Le stagioni impazzite
C’e’ un’ombra lunga che ricopre il Malawi in questa stagione. Ed e’ scritta tutta nelle immagini dei campi. Dopo le prime piogge la gente aveva rivangato, seminato e affidato alla terra tutte le loro speranze. Le piogge si sono alternate a quelli
che chiamano dry-spell, quando proprio non si vede nemmeno una nuvola all’orizzonte e il cielo terso lascia spazio ai raggi di riardere la terra. Il grano appena spuntato ha invano atteso la rugiada della notte per sopravvivere ancora qualche giorno. Poi e’ seccato tutto. Sopravvivono qua e la alcune piantine piu’ robuste di cotone, il resto e’ stato cancellato letteralmente. Bisognera’ ricominciare tutto daccapo. Tante famiglie non hanno nemmeno piu’ la buona semente per quando arriveranno le piogge. A bassa voce la gente anziana ripete il ricordo della terribile fame del 1949 quanto non erano venute le piogge e la fame aveva fatto strage della popolazione.
Come vivere il Natale tra questa poverta’? Tre mesi dopo gli inizi della stagione delle piogge nei campi non c’e’ nulla.
2. La politica che uccide
Se i campi fanno paura, la struttura politica del paese e’ ormai una lunga cantilena della disperazione. Mai il paese era caduto cosi’ in basso. Malawi is sinking, sta’ affondando – dice il Comitato della Giustizia e Pace della Chiesa Cattolica.
Ormai non restano vie d’uscita. Mancano le cose piu’ normali in un paese che vuole anche solo sopravvivere. A differenza delle piogge che sono solo da aspettare e pregare che non manchino, la situazione sociale dle Malawi e’ frutto di scelte sbagliate da parte di chi guida il paese e la sua economia. Ormai non basta ripetere che e’ parte di una recessione mondiale, che ha aggravato la situazione interna. E’ importante poter chiamare per nome le cause del disastro attuale che vede la mancanza totale di valuta estera perche’ la presidenza del paese impone il cambio del dollaro a 160 Kwacha del Malawi, quando un mercato parallelo ne offre il doppio; mancano le sorgenti di energia come la corrente elettrica e pesantissima la mancanza di carburante: da soli questi vuoti mettono in ginocchio anche un piccolo paese all’80% dedito all’agricultura e la cui gente vive nei villaggi.
Sono le citta’ del Malawi a dire la totale perdita di fiducia in un cambio invocato. Sono le lunghe file di macchine letteralmente abbandonate in prossimita’ delle pompe di benzina, kilometri di macchine incapaci di ritornare a casa.
Oltre a questi vuoti di energia, sono le conseguenze che fanno paura: I prezzi ormai sono incontrollabili e piu’ nessuno offre un preventivo che sia valido piu’ di pochi giorni. Le materie che venivano acquistate all’estero e poi trasformate sul posto non possono iu’ essere acquistate se non al mercato nero. Cemento introvabile, ferro sempre piu’ scarso…
Al paese manca la forza di reagire. I partiti della politica di opposizione si sono appoggiati alle organizzazioni non governative. Queste hanno fatto del loro meglio, ma sono state facile preda del regime di polizia che sempre piu’ guida il paese. Un esempio evidente e’ stata la richiesta di intervento della polizia a un tentativo di furto da parte di una banda di ladri. Arrivati sul posto i poliziotti hanno aperto in modo indiscriminato il fuoco e in pochi minuti gia’ si contavano quattro persone uccise. La polizia si vanta di aver gia’ fermato o arrestato piu’ di 4000 persone, perche’ dicono vogliono assicurare un sereno Natale alla popolazione. Shoot to kill! e’ il comando che e’ affidato ai guardiani della sicurezza. E questo regime di violenza riesce a fare ammutolire la gente. Il nuovo ministro delle finanze, Ken Lipenga, tenta in tutti i modi di smantellare la politica economica fatta di autarchia e chiusura ottusa a mercati che cambiano.
Piu’ nessuno crede alle sue promesse che tra pochi mesi tutto sara’ tornato alla normalita’. Gli sbagli della politica si stanno pesantemente abbattendo sul paese che si e’ esiliato localmente con beghe con la Zambia e Mozambico, internazionalmente scegliendo di fare da solo, scacciando l’ambasciatore Britannico, accettando nel paese la visita del presidente Al-Bashir del Nord Sudan ricercato per genocidio e sempre piu’ copiando la via scelta dal presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, e illudendosi che la salvezza sarebbe venuta dalla Cina. Un segnale dello sbando che il paese vive e’ anche l’apertura del Lotto che settimanalmente promette dieci milioni di Kwacha a un vincitore che potra’ “sognare una nuova vita”. Da questa settimana c’e’ anche in Malawi il “Gratta e Vinci” patrocinato da un businessman Cinese.
Ora serve il coraggio di chiedere il cambio politico. Le prossime elezioni saranno nel 2014. Troppo lontane anche se non ci si puo’ contare visto come vengono imbrogliati i risultati. Come avviare il cambio politico? Deve la Chiesa farsi carico di questo compito? Erode deve essere scacciato o solo sopportato? Cosa dice l’Africae Munus che il Papa ha portato in Africa nelle scorse settimane? O ancora come vivere il Natale tra tante contraddizioni? 
Come cantare i cori degli angeli in questa situazione difficile? Una domanda molto difficile. Una domanda che non si puo’ evadere… Vi racconteremo in questi giorni le nostre storie e il nostro Natale. Il Natale della missione e il Natale della speranza in tempi difficile. Ecco un esempio di condivisione. Da un’esperienza di sofferenza partecipata e raccontata puo’ venire e la guarigione e la rinascita della speranza. Buona lettura e Buon Natale!
Notizie dall’Amazzonia
Carissimi amici,
un saluto fraterno a tutti. E’ il mese missionario, allora: BUONA MISSIONE A TUTTI VOI!
Ho lasciato l’Italia da più di un anno e finalmente mi faccio vivo. Non ho dimenticato nessuno di voi, anche perché è sorprendente come la lontananza dagli amici ne acutizzi il ricordo. Vi penso così ci siamo incontrati a Redona l’ultimo venerdì del mese a condividere la nostra passione per la missione e per i più bisognosi dei fratelli.
La mia nuova missione, che condivido con i padri Francesco e Amilcar, qui nello stato amazzonico del Pará, è piena di sfide quotidiane, come neppure io avrei mai immaginato. Innanzitutto per il clima, caldo e umido, non c’è giorno o notte, sempre il termometro sta fisso attorno ai 37°. Vi assicuro che, anche per uno come me che amava il caldo, è dura abituarsi e la stanchezza si fa sentire. Specialmente quando non si riposa bene la notte. Nei giorni che sono fuori in tournée, e dormo nelle baracche dalla gente, la notte e più fresca, ma l’amaca riserva sempre la compagnia di pulci e ospiti vari. Comunque si va avanti con buon entusiasmo.
Quello che più mi preoccupa è la situazione sociale caratterizzata da un clima di mancanza di legge ed ordine pubblico. Ognuno fa quello che vuole. Dai fazenderos (grandi e mediani proprietari di terre e allevatori in grande scala che continuano la distruzione sistematica della foresta) agli amministratori locali. La gente è buona e subisce. Immaginate che ci possono essere, qui nella cittadina di Itupiranga, tre o quattro notti di musica assordante e nessuno dice niente… Quando durante la festa del patrono volevo chiedere al conducente di una camionetta imbottita di altoparlanti, che vendeva alcolici e diffondeva musica pestilenziale, che si allontanasse e ci lasciasse pregare in pace… tutti a dirmi di lasciar perdere che era gente che poteva reagire sparando! La nostra cittadina, potete verificare in internet, è stata qualificata come la più violenta del Brasile, per numero di omicidi in proporzione alla popolazione. Le cause sono varie. Le due più comuni sono le vendette che ancora sussistono dopo vent’anni per il possesso della terra e le liti che fanno seguito a contrasti tra spacciatori e solenni ubriacature. E molto facile passare ai fatti con pistole e coltelli! Proprio questa mattina ho fatto il funerale di un giovane spacciatore di 22 anni ucciso a revolverate nella testa…
Un’altra innegabile difficoltà è la grandezza geografica della missione. Le cifre ufficiali dello scorso anno danno il municipio di Itupiranga con una estensione di 11.640 Kmq
e 65.422 abitanti. Abbiamo al momento 78 comunità cristiane che cerchiamo di visitare tutti i mesi e due aldee di indios Kajazeiras, con distanze dal centro che si aggirano in media attorno a 100 Km, ma che possono arrivare, come nel caso di Longinho ai 188 Km. La visita mensile è sempre un’opportunità per la gente del posto d’incontrasi, di conversare, conoscere le novità, fare progetti comuni. Infatti vivendo sparsi, e isolati, nel loro appezzamento di terra, a volte a 10-20 Km dalla chiesetta non hanno altre opportunità d’incontro. Così il giorno della santa Messa, o a piedi, o a cavallo, o in moto, o in camionetta vengono al punto d’incontro felici di poter stare assieme qualche ora.
Finalmente devo riconoscere l’ultima difficoltà personale: l’età! Ormai verso la sessantina i lunghi viaggi, il dormire in posti diversi su amache non sempre buone, il caldo … tutto questo si fa sentire in maniera sensibile. Questa è una missione per essere assunta dai giovani, nel pieno delle forze. I preti diocesani, è risaputo nella nostra diocesi, non vogliono assumere una missione tanto “scomoda” (e poco redditizia finanziariamente), e per questo il vescovo, che è italiano, ha chiesto a noi monfortani. E l’aver accettato noi è stato per vescovo “come se avesse vinto la lotteria”, dice il buon padre Amilcar. I missionari religiosi che sono passati in precedenza, normalmente, da quanto risulta dalla storia della missione, non hanno resistito più di tre anni, e per noi sarà quello che il buon Dio vorrà! Quello che si bisogna dire è che la nostra gente del campo e della foresta, i più poveri e fuori dal mondo, meritano la nostra presenza e i nostri piccoli sacrifici.
P. Angelo Maffeis – Marabà (Brasile)
Si fanno progressi al Fruit Processing
Viene inserito un tubo che servira’ per immergere la pompa elettrica a immersione. L’ultima parte del lavoro e’ la costruzione della torre su cui verra’ adagiato il contenitore di 5000 litri che servira’ da riserva e anche da massa d’acqua capace di dare pressione sufficente per la distribuzione sia all’interno della sala di produzione che lungo i campi dove vengono piantate tante specie di frutta per valutare i tipi migliori e piu’ adatti alla zona di Balaka.
La varieta’ di macchine da usare, sia pure ancora ad un livello pre-industriale e’ stata tanta.
Come tanti dei nostri progetti si avanza magari lentamente, ma vogliamo assicurare che non si fermino mai e che la qualita’ del progetto realizzato diventi un modello che da speranza e magari aiuta anche la creativita’ di gente del posto che vedendo quanto e’ stato fatto, possano replicare il progetto anche altrove.
Buon viaggio BAMBO BRUNO
Mangochi, 8 Settembre, Festa della Nascita di Maria
1942 Kubadwa
1968 Unsembe
1972 Ku Malawi
26 Luglio 2011 Kupita Kumwamba
28 July 2011 Kuikidwa m’manda
I giorni si sono trascinati uno dopo l’altro fino ad essere mesi. Qui poi non li contiamo singolarmente, ma a stagioni.
E la tua stagione sta solo cominciando.
Solo ora riusciamo a capirti meglio, la tua missione e i lunghi anni che ti hanno fatto missionario della chiesa d’Africa, del Malawi, di Mangochi e in particolare del suo lago dove avevi attraccato la tua barca.
Oggi ci siamo ritrovati tutti a ripassare la lezione che ci hai lasciato.
E’ stato bello sentire uno a uno i tuoi confratelli raccontare i tanti anni trascorsi assieme. Sei stato con noi missionario, hai fatto della preghiera uno stile di vita, sei stato superiore delle nostre comunita’, animatore di tante giornate di ritiro, sempre capace di ricominciare daccapo.
Ci aveva sempre meravigliati del tuo modo di parlare della morte. Con Fratel Stefano avevi anche fatto una scommessa di chi sarebbe morto prima e di come saresti ritornato a trovarci. Pensavamo fosse uno scherzo da missionario. Oggi hai mantenuto la tua promessa perche’ sappiamo che sei proprio qui.
Il giorno che ci hai lasciato tutta la tua comunita’ si e’ ritrovata nella preghiera nella grande chiesa di San Luigi da Montfort a Balaka. Al centro c’era l’immagine piu’ bella che ci hai lasciato in testamento. E’ il tuo ultimo viaggio in Malawi.
Sentivamo che volevi tornare ancora. Era come un ritornello difficile da capire. Qui avevi trascorso tanta parte della tua vita. Che senso aveva aggiungere qualche giorno ancora? Cosa ti riportava sulla riva del tuo lago?
Ed e’ tutto in questo ultimo saluto. Davanti a casa, sempre invasa dai poveri che erano diventati la tua eredita’, con la serenita’ che da sempre era evidente nel sorriso e quella mano africana che ti si appoggiava sulla spalla, per dare e per chiedere… E’ questo forse il centuplo della missione?
Quel giorno le donne vestite di viola come nelle veglie per accompagnare chi ci precede,
proprio davanti alla statua di San Luigi da Montfort, in quella chiesa che e’ quasi la nostra Sistina che padre Leidi ci ha lasciato erano loro la ricompensa che ti aveva riportato in Malawi a riprendere coraggio per i giorni a venire, perche’ non ti nascondevi piu’ che il tuo ultimo rosario l’avevi quasi recitato tutto.
A presiedere la preghiera c’era Thomas, tuo primo studente e ora vescovo della Diocesi di Zomba.
Allora avevamo ascoltato il tuo ultimo messaggio:
Kukhala mishonare ndiko kuyendayenda m’dziko lonse lapansi n’kwasimbira anthu onse kuti Mulungu amatikonda, Mulungu sali kutali ndi ife ndipo akutenga mbali yathu nthawi zonse.
In due righe alla fine avevi imparato a dire tutto.
Tu che sei stato per tutti il “professore”. Avevi sempre un libro nuovo da citare. Ci faceva rabbia a volte riconoscere che credevi troppo ai tuoi libri che sfogliavi a uno a uno. Dopo i primi anni della missione eri ripartito per un anno di scuola in Kenya e cosi’ avevi reinventato la tua missione. Non saresti piu’ stato parroco. Era la scuola la tua missione.
Sul tappeto dove si adagia la bara, proprio davanti al cero della Pasqua, c’era la tua cattedra. Quante ore, quanto entusiasmo ci mettevi su quella cattedra.
e c’erano tutti i tuoi libri che hai scritto per la tua comunita’. Libri, che non finivano mai di essere riscritti.
Per i giovani, per le famiglie, per i catecumeni … Ci manca ancora un catalogo, ma sono piu’ di trenta.
Missionario professore, hai insegnato in tutti i seminari e hai iniziato il seminario di Filosofia che oggi conta quasi cento seminaristi da tanti paesi dell’Africa del sud; Missionario scrittore solo alla fine sei riuscito a dire tutto in due righe che poi sono diventate le ultime parole che andavi ripetendo: Moyo ndi mphatso. Moyo ndi wokoma!
Libri che ora passano di mano in mano: e’ la tua eredita’ viva per l’Africa.
Oltre le parole, negli ultimi anni eri quasi preso da una frenesia di passare da un progetto all’altro.
Piccole iniziative o grandi avventure: Avevi comperato la prima Gestetner per la stamperia di Balaka che doveva ancora nascere; avevi sognato il villaggio modello; l’ambulanza per l’ospedale e la scuola materna e fino all’ultimo giorno.
Erano poi venute tutte le tue suore: le avevi accompagnate nei ritiri e nelle tante iniziative
L’ultima Lezione. Ci sono rimaste alcune fotografie che ti abbiamo rubato dopo che eri ritornato a Redona. Davanti alla lunga fila di containers che stavano partendo per il tuo lago e dove ancora avevi qualche sogno da metterci dentro.
Sono l’ultima lezione del missionario professore e scrittore. Immagini che non lo nascondiamo ci intimoriscono. Quelle mani che gridano il dolore nascosto.
Ci ricordano le sofferenze messe in piazza di Giovanni Paolo II. Ci raccontano di una sfida. Come per il salto in alto. Quando centimetro a centimetro si alza l’asta da scavalcare.
Tu l’hai portata troppo in alto. Sono stati troppi i mesi e le giornate sul lettino della camera operatoria. I missionari prima di te contavano i giorni, tu le stagioni. Per questo volevi tornare ancora.
Qui avevi tante comunita’ che ti accompagnavano con la preghiera continua. Quanti Africani hanno sostenuto il tuo calvario giorno dopo giorno. Quante mani si sono intrecciate con quelle dei tuoi cari che ti hanno avuto vicino
e sono diventate le mani e il cuore della missione . Grazie per la tua ultima lezione: vissuta con la dignita’ che la fede ti ha dato.
E il tuo ultimo viaggio alla tua Madonna del Frassino dove hai ripetuto ancora:
Nachi cholinga cha umishonare wanga: kugawana moyo wanga ndi abale ndi alongo onse, kugawana chimwemwe cha kudziwa kuti mwa Yesu Khristu ndife ana a Tate mmodzi.
La tua stagione continua ancora. E’ una chiesa, sono i tanti volontari sostenitori dei tanti progetti, sono i tuoi studenti e lettori dei tuoi scritti, siamo noi i tuoi missionari del Malawi
Ti aspettiamo come ci hai promesso!
APERTA LA BIBLIOTECA NELLE CARCERI DI NTCHEU – MALAWI
All’inizio di Settembre 2011 e’ stata ufficialmente fatta l’apertura della biblioteca all’interno del carcere di Ntcheu.
Il progetto è stato possibile grazie ai fondi del 5 per mille che la nostra Onlus ha ricevuto nell’anno 2010.Una prigione relativamene piccola costruita male e con tante piccole aggiunte ha una capacita’ di cento carcerati. Attualmente sono 230 e vengono dai due distretti di Balaka e Ntcheu. La poverta’ e’ infinita e manca soprattutto lo spazio all’interno delle celle, come manca di una qualsiasi assistenza sanitaria per non dire dell’acqua che arriva solo a giorni alterni.Assieme a una famiglia italiana in visita alle Suore Sacramentine di Ntcheu e al gruppo degli Aragona della parrocchia di Santa Monica ad Ostia e’ stato un momento importante nel grande cammino di riconciliazione e rimotivazione della propria vita per le persone in carcere, questo segnale che viene dato attraverso la costruzione della Library. La Biblioteca poi si inserisce nel programma educativo che prevede la scuola quotidiana. Maestri e studenti, tutti carcerati, si aiutano con libri e quaderni, lavagne rudimentali e ripetizioni a trasformare anche l’analfabeta in uno studente capace di dare gli esami di stato della terza media e anche delle classi superiori.All’ombra della bamdiera del Malawi c’e’ stata la festa che comprendeva anche la consegna a ogni carcerato di un pane dal panificio della Casa a meta’ Strada e un vasetto di marmellata del Fruit Processing di Balaka.L’Officer in Charge della prigione ha ricevuto “le chiavi” della nuova costruzione al cui interno ha ricavato anche il suo ufficio visto che quello antico gli andava troppo stretto. Sono i compromessi di lavorare con l’istituzione carceraria che d’altra parte garantisce anche l’uso migliore della nuova costruzione che sra’ sempre pulitissima e ordinata.La spesa maggiore e’ stata la fornitura di tutto il materiale: cemento sempre difficile da reperire anche a prezzi altissimi, piu’ del doppio del costo in Italia, il tetto con le lamiere, l’intelaiatura in legno e la controsoffittatura per garantire anche nei mesi caldi una temperatura accettabile al suo interno; porte e finestre con i vetri a proteggere dal freddo dell’inverno visto che Ntcheu si trova tra le montagne e le serate sono molto fredde e umide; la pittura e i trasporti… Quattro bagni con toilet e lavandini sono stati quasi un obbligo per garantire una buona igene.
Il lavoro di costruzione e’ frutto dell’impegno degli stessi carcerati che hanno tra loro dei bravi muratori.
Nella struttura dilapidata del carcere di Ntcheu, la biblioteca si caratterizza per la sua eleganza e uso ottimale dei pochi spazi.Tra il muro di confine del carcere e lo stesso edificio sono stati aggiunti quattro bagni con acqua corrente: sono da soli la struttura migliore di tutta la prigione. Il costo elevato del materiale usato garantisce sulla qualita’ e la durata nel tempo.I banchi che sono venuti dal Vittorio di Chiuduno con bellissime panchine hanno completato l’arredamento interno essenziale.
Robusti e facili da pulire, ecco un buon risultato a durare nel tempo.Quello che sembra un ambiente spartano e’ all’interno del carcere la migliore costruzione di cui i carcerati vanno orgogliosi.
Da questi banchi nasce gia’ da oggi un programma di trasformazione di strutture punitive in momenti di rinascita.Segnali importanti non solo per questa piccola prigione ma anche per le altre 28 carceri che in Malawi custodiscono 13 mila persone.I 2500 libri raccolti in questi anni e ancora rinchiusi in tanti scatoloni saranno presto sullascaffalatura che viene completata a giorni.Sono testi scolastici e tanti libri che accompagnino i lunghi giorni e notti del mondo delle prigioni dove la noia rimane ancora il principale nemico.
Alla ONLUS Missionari Montfortani la riconoscenza delle autorita’ e dei carcerati di Ntcheu.
L’aiuto che ci avete inviato di 7.000 euro ha reso possibile questo progetto che va oltre la costruzione della biblioteca e riesce a ripetere forte a chi e’ in carcere: “ricordati che sei una persona, non svendere la tua dignita’”.











